Nella sua recente intervista al Mattino, Paolo Mancuso ha fatto sfoggio di ottimismo. «A Roma il quadro politico è più confuso, noi siamo più avanti nell’individuazione di candidature molto forti e autorevoli», ha detto il presidente del Partito democratico di Napoli. I fatti, però, sembrano smentire la tesi di Mancuso e – cosa ancora più grave – dimostrano come la capitale del Mezzogiorno si sia ridotta a merce di scambio nelle trattative tra i leader nazionali dei partiti.

Basti pensare a Milano, dove Beppe Sala ha manifestato l’intenzione di correre per il secondo mandato da sindaco in tempi non sospetti. È il caso anche di Roma, dove Carlo Calenda ha già fatto sapere di puntare al Campidoglio ed è molto probabile che faccia altrettanto Virginia Raggi, prima cittadina uscente che la Corte d’appello ha recentemente scagionato dall’accusa di falso nell’ambito del processo sulle nomine di alcuni collaboratori. Ed è proprio l’assoluzione della Raggi a dare torto a Mancuso. La sentenza dei giudici romani, infatti, rimescola le carte sul tavolo dell’alleanza tra Pd e Movimento Cinque Stelle in vista della prossima tornata elettorale, con conseguenze particolarmente evidenti a Napoli. Fino a qualche giorno fa, infatti, il presidente della Camera Roberto Fico sembrava in pole position per la candidatura a sindaco del capoluogo campano col sostegno di Pd e M5S.

Ora l’assoluzione della Raggi e la sua più che probabile ricandidatura a sindaco di Roma rimettono tutto in discussione, con la conseguenza che Fico potrebbe vedersi costretto a rinunciare alla corsa per Palazzo San Giacomo mentre continuano a circolare i nomi di Antonio Bassolino, Enzo Amendola e Gaetano Manfredi. Ciò vuol dire che, all’ombra del Vesuvio, il quadro politico è molto più confuso e agitato di quanto non lo sia a Milano e a Roma, con buona pace di Mancuso. Ma perché succede tutto questo? La verità è che il capoluogo lombardo e quello laziale non sono condizionati dai rapporti tra i partiti a livello nazionale.

A certe latitudini le candidature sono prevalentemente frutto di giochi sul tavolo locale perché la classe politica e i portatori di interesse sono talmente forti e strutturati da non consentire che la propria città sia ridotta a merce di scambio tra i vertici nazionali dei partiti. Napoli, invece, sconta una debolezza politica che deriva dall’inconsistenza di tutte le forze politiche in campo: il centrodestra è reduce da anni di mancata opposizione a Luigi de Magistris e ora, pur di risollevarsi, sembra pronto a rinunciare ai simboli dei partiti e a candidare a sindaco il magistrato Catello Maresca (che ieri ha ricevuto un’investitura più o meno ufficiale dal leader leghista Matteo Salvini); il centrosinistra è storicamente dilaniato da lotte intestine alle quali si sono poi aggiunti i dubbi sull’opportunità di un accordo col M5S; l’amministrazione uscente, “incartata” nel populismo demagogico e nel ribellismo fine a se stesso, non gode dell’autorevolezza necessaria.

E che cosa succede quando i partiti non sono in grado di mettere in campo idee e valori? Si cede, tanto nella scelta dei candidati quanto in quella dei programmi, a logiche spartitorie che nulla hanno a che vedere con l’interesse di una città e di una comunità come quelle di Napoli. O, peggio, ci si rifugia nel “voto di ribellione” o nel (presunto) “uomo della provvidenza di turno”. E abbiamo visto quanto questa tendenza abbia fatto male a Napoli e ai napoletani.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.