Non domandate cosa succederà dopo le vacanze di Natale. Non è scritto nelle stelle, ma nei nostri comportamenti. Solo noi possiamo rispondere. Resistere durante le vacanze di Natale, quando è più forte la tentazione di riunirsi, di ritrovarsi, di abbandonarsi a effusioni e abbracci consolatori, specialmente dopo un anno obiettivamente infausto, non è facile. Sarebbe molto più facile comportarsi come questa estate quando, con una vacanza liberatoria, si voleva festeggiare lo scampato pericolo. Che però scampato non era.

Le ripercussioni di quegli improvvidi festeggiamenti le abbiamo scontate a partire da ottobre. Solo da qualche giorno, a costo di grandi sacrifici, stiamo riuscendo ad arginare la seconda ondata e, comunque, con un tributo di decine di migliaia di morti. Ma come mai le vacanze di Natale sono così temute che il governo ha preso provvedimenti draconiani per dissuadere a festeggiarle nella solita maniera? Se ci riunissimo indossando la mascherina e mantenendo le distanze di rispetto, non sarebbe sufficiente? Vediamo quali sono i motivi che sconsigliano di farlo.

Primo, durante le vacanze si riuniscono anche amici e parenti che solitamente non hanno modo di vedersi. Anzi, le vacanze di Natale sono proprio l’occasione per ritrovarsi, magari dopo essere stati lontani per tanto tempo. Il Coronavirus non aspetta altro. Tutta la normativa riguardante i “congiunti” discende proprio da questo: Conte ha dovuto ripescare e adattare un aggettivo (qui sostantivato) insolito, che esprimesse più la vicinanza fisica, che quella sentimentale o familiare. Il Coronavirus infatti è poco attento ai vincoli di affetto o di sangue, ma molto alla prossimità e al contatto. Il virus viaggia con il soggetto in cui ha trovato riparo e può contaminare coloro che incontra all’arrivo.

Secondo. Studi condotti recentemente dimostrano che, quando molte persone rimangono vicine per lungo tempo in una stessa stanza (il lettore sagace avrà colto la velata allusione a cenoni e tombolate), le particelle liquide che emettiamo fisiologicamente durante la respirazione e la conversazione tendono a formare una nebbiolina impalpabile. Tale nebbiolina, detta in gergo aerosol, è così sottile da non precipitare al suolo per gravità, ma resta sospesa in aria, sostenuta dalle piccole turbolenze provocate dai movimenti delle persone presenti nella stanza. Se uno dei convitati è infetto, le goccioline che emana saranno pregne di virus, che usano questo comodo mezzo di locomozione per farsi trasportare nelle vie respiratorie di nuovi ospiti. L’aerosol si diffonde a distanze maggiori di quelle solitamente considerate di sicurezza, infestando tutta la stanza, ed è così sottile e pervasivo che aggira e penetra i filtri delle mascherine. La sala del banchetto si trasforma così in un’incubatrice di virus. Ventilare la casa aiuterebbe a disperdere la nebbiolina, però creare correnti d’aria spalancando le finestre a fine dicembre eviterebbe una forma di polmonite per provocarne un’altra.

Terzo. Il principio di precauzione. Tutti avrebbero interesse ad essere rispettosi delle regole di distanziamento e a indossare i dispositivi di protezione, ma… suvvia è Natale! Tenere i bambini seduti a tavola e disciplinati, come sono stati costretti a fare gli insegnanti a scuola, è contro lo spirito natalizio. Neanche a Ebenezer Scrooge verrebbe in mente di fare una cosa del genere. Eppure, derogare alle misure di contrasto del Covid potrebbe far rimpiangere amaramente di non aver trascorso per una volta il Natale in solitudine e santo raccoglimento.

Ma come ci possiamo consolare di tanta privazione? Riflettendo sul fatto che, se saremo pazienti e diligenti, queste potrebbero essere le ultime vacanze canoniche a cui dover rinunciare, nella loro forma più piena e compiuta. Il vaccino sta arrivando. Il conto alla rovescia è partito. Abbiamo visto le immagini dei nonnini inglesi che si sottoponevano alla somministrazione e presto si comincerà anche da noi. Prima le categorie più vulnerabili o esposte, gli anziani, gli immunodepressi, il personale sanitario. Qualcuno ha suggerito che, forse, vaccinare anzitutto i ragazzi sarebbe più vantaggioso, perché hanno contatti sociali più intensi e frequenti degli anziani e quindi si interromperebbe più efficacemente la catena del contagio.

Il vaccino sarà dunque la soluzione? Sì, nel lungo periodo lo sarà, ma il vaccino non è una bacchetta magica. Per vaccinare una frazione consistente della popolazione, oltretutto con due dosi (perché servirà un richiamo dopo qualche settimana per allenare a dovere il sistema immunitario), occorrerà molto tempo. L’obiettivo non è necessariamente di vaccinare tutti: una volta immunizzata una certa percentuale dei suscettibili, cioè dei soggetti che possono contrarre -e trasmettere a loro volta- la malattia, il virus diventa incapace di diffondersi ulteriormente e si estingue. Con un’immagine colorita potremmo dire che lo scopo ultimo è fare terra bruciata intorno al virus. Il virus non può restare a lungo nello stesso individuo, per sopravvivere e riprodursi deve parassitare nuovi ospiti. Un virus confinato in un solo organismo è un virus condannato. Infatti, o viene debellato dal sistema immunitario dell’ospite, o si moltiplica a dismisura, provocandone la morte e, di conseguenza, suicidandosi.

Esistono alcuni virus residenti nell’organismo, in uno stato di quiescenza, che ogni tanto rompono la tregua e provocano sintomi visibili della loro presenza, come ad esempio l’herpes, ma non è questo il caso del Coronavirus. Lui deve trovare sempre nuovi ospiti suscettibili. Ecco perché occorre fare terra bruciata! Il Coronavirus è come un incendio: per continuare ad ardere deve trovare sempre nuovo combustibile. Se non si diffonde, dopo aver consumato la legna che aveva a disposizione, si estingue. Quindi bisogna sottrargli la nuova esca. Come si fa? O allontanandola fisicamente, col distanziamento sociale, oppure rendendo ignifugo (cioè immune) il territorio circostante, attraverso la vaccinazione. Questo è il senso dell’immunità di gregge: se intorno ad ogni focolaio di incendio (o di contagio) si crea una cintura invalicabile, anche se più in là c’è altra legna (o altri suscettibili), le fiamme (o i virus) non potranno raggiungerli.

Ricapitolando. Stiamo alla larga dal fuoco, finché non avremo un numero sufficiente di individui immuni. Non occorrerà che diventiamo tutti immuni -motivo per cui la vaccinazione potrebbe non essere obbligatoria- purché in tanti si sottopongano volontariamente, qualcosa come il 90%. Per quanto mi riguarda, io mi prenoto. Se ve ne avanza una dose, anzi due, dopo averle somministrate alle categorie prioritarie, questa è la mia spalla. Non domandate cosa succederà dopo le vacanze di Natale. Domandatevi piuttosto se lascereste i regali e i mobili accanto all’albero, se dovesse andare a fuoco…