«Una tattica senza strategia è il rumore prima della sconfitta», scriveva qualche secolo fa Sun Tzu ne L’arte della guerra, il primo e forse il più grande trattato di strategia militare. Ecco, su vaccino, green pass e tutta la gestione della pandemia Salvini e Meloni, ma certamente di più il segretario della Lega, snocciola da settimane una serie di tatticismi di cui si fatica a capire la strategia e che assomigliano molto a quei “rumori prima della sconfitta” di cui parlava Sun Tzu.

Ieri, ad esempio, è stato difficile dare un senso all’atteggiamento, alle parole e poi ai fatti, cioè ai voti, della Lega sul primo decreto green pass, quello che dal 6 agosto ha introdotto l’obbligo della certificazione verde nei ristoranti al chiuso, negli spettacoli al chiuso e all’aperto, nelle palestre e nelle piscine. Salvini a fine mattinata si era mostrato collaborativo e ha annunciato il ritiro degli emendamenti della Lega (ne erano rimasti per la verità solo 5 ma almeno un paio erano nei fatti soppressivi del Gp), la loro trasformazione e limatura in ordini del giorno che si votano una volta approvata la legge. In cambio palazzo Chigi ha tolto dal tavolo l’opzione fiducia che qualche fonte parlamentare, specialmente a destra, dava per scontata e agita come un utile elemento di disturbo. “L’ha sempre messa” dicevano la sera prima “lo farà anche questa volta. Ormai è una prassi”. Nelle stesse ore, lunedì sera, fonti di governo erano invece molto possibiliste al contrario: «Faremo di tutto per non ricorrere alla fiducia, non avrebbe senso, il decreto è operativo da metà agosto, il secondo dal primo settembre e i cittadini stanno collaborando e rispondendo molto bene a questo ulteriore strumento per combattere il virus e tenere il paese aperto».

Ha vinto il buon senso, da ambo le parti: nessuna fiducia; nessun emendamento soppressivo della misura da parte di una forza di governo che lo ha votato in Consiglio dei ministri. Ecco l’altro paradosso: la Lega di governo, i ministri Giorgetti, Garavaglia e Stefani, hanno votato i decreti green pass senza eccepire. Salvini e Borghi, fuori da palazzo Chigi, per non perdere terreno rispetto a Meloni, hanno cominciato subito a cannoneggiare, ad andare in piazza, assumendo il contraddittorio ruolo di chi vuole combattere il virus ma non vuole utilizzare gli unici mezzi esistenti (vaccino e green pass), vorrebbe i tamponi gratis (un costo di circa 4 miliardi per lo stato) e ogni volta ce n’è sempre una nuova. Una matrioska di paradossi. Una posizione ambigua dove sono quasi quotidiani i testacoda. Quello di ieri è stato clamoroso. Senza fiducia e senza emendamenti, alle 12 inizia la votazione sul Green Pass 1. Il leghista Claudio Borghi, che è stato in piazza con i no vax, prende la parola e anticipa che, nonostante qualche miglioramento, la Lega voterà però alcuni degli emendamenti critici presentati da Fratelli d’Italia.

In pratica Salvini ha ritirato i suoi per rispetto a Draghi e ai suoi colleghi di governo. Ma poi in aula ha votato quelli della Meloni: quello che dice no al Green pass nei ristoranti, no per i minorenni. Le votazioni sono riprese alle 18 e 40 e la Lega ha continuato a votare con Fdi. Emendamenti tutti respinti. Siccome il dissenso non è stato ritenuto sufficiente, quando si è trattato di votare l’emendamento, sempre di Fdi, soppressivo in toto del Green Pass, la Lega, guidata da Borghi rapito dal ruolo di (presunto) tribuno del popolo, si è astenuta. L’intervento di Borghi in aula merita di essere riportato quasi integralmente. «In un primo momento c’era stato un rifiuto totale da parte del governo verso tutte le nostre istanze e allora era stata votata la soppressione (in commissione, ndr). Ma noi vogliamo cercare di procedere in un clima costruttivo: anche a seguito di quell’atto politico forte sono stati già riconosciuti miglioramenti e altri sono allo studio. Arrivare a un dialogo e a compromessi è esattamente quello che un Parlamento dovrebbe fare, invece che il muro contro muro». Quindi, ha concluso Borghi, «sarebbe offensivo da parte nostra chiudere la porta prima di vedere l’esito della discussione: noi confidiamo che il governo accolga alcune modifiche di buon senso e in attesa di vedere cosa avverrà, la Lega si asterrà sull’emendamento soppressivo dell’articolo 3».

Mettendo in fila: la Lega ottiene che non venga messa la fiducia; in cambio ritira gli emendamenti; una volta in aula vota quelli degli alleati-avversari della Meloni che nel caso si prenderebbe i meriti; gli emendamenti comunque non passano. E il Green pass resta in vigore. Un suicidio politico visto che i sondaggi concordano nel dire che il 72% dell’elettorato di centrodestra è a favore di green pass e obbligo vaccinale. La faccenda vaccini ormai ha un dividendo politico molto basso. Ne ha molto di più fare di tutto per tenere aperto il Paese e farlo ripartire. E però così vanno le cose quando si è prigionieri di una piazza e di un populismo che su vaccini e dintorni sono rimaste mezze vuote.

C’è da dire che questa sceneggiata è stata vissuta a fatica nei banchi della Lega. Il capogruppo Molinari non ha preso la parola e l’ha lasciata sempre a Borghi. Un big della Lega passando nel corridoio dei Presidenti ieri sera si è messo le mani in testa: «Abbiamo fatto un bel pasticcio. Comunque dai, passerà anche questa».

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.