I pubblici ministeri sono innocenti, i poliziotti, ancora sotto processo per il reato di calunnia, si vedrà. Forse Vincenzo Scarantino, protagonista suo malgrado del più grande depistaggio di Stato sulla strage di via D’Amelio e l’uccisione del giudice Paolo Borsellino, si sarà torturato da solo fino a inventarsi le proprie responsabilità nel delitto. Solo questa può essere la verità emersa dalla decisione assunta dal gup di Messina, che ha accolto la richiesta di archiviazione nei confronti dei due ex pubblici ministeri di Caltanissetta, Annamaria Palma e Carmelo Petralia, indagati per calunnia aggravata per aver costruito insieme al vicequestore Arnaldo La Barbera il falso pentito della strage. I due magistrati possono ora dormire sonni tranquilli, una nel suo nuovo ruolo di avvocato generale a Palermo, l’altro come procuratore aggiunto a Catania.

Sono tanti gli assurdi di questa storia. Prima di tutto perché dall’inchiesta è stato escluso l’altro pm delle indagini, Nino Di Matteo. Perché era giovane, appena arrivato, si dice. Argomento cui risponde Fiammetta Borsellino, la figlia minore del magistrato ucciso, dicendo che ci sarebbe da indignarsi, se davvero la sorte di suo padre fosse stata affidata a un ragazzino alle prime armi. Cosa che lei non crede, infatti lo chiama a rispondere delle proprie responsabilità nelle indagini dirette a senso unico. Ricordando il fatto che Di Matteo, chiamato a deporre al processo “Borsellino quater”, ha di fatto ammesso la propria partecipazione attiva a ogni fase dell’inchiesta. «Nei primi interrogatori abbiamo creduto che le dichiarazione di Scarantino fossero genuine –aveva detto-. Solo dopo abbiamo intuito che fossero inquinate».

Intuìto? E quando, visto che undici persone innocenti sono state in carcere per quindici anni, fino alla deposizione del “pentito” (vero) Gaspare Spatuzza nel 2008? E visto che nel frattempo il piccolo spacciatore veniva ripetutamente “preparato” da poliziotti e magistrati prima di ogni interrogatorio, fatto che non viene smentito. Ma che andrebbe chiamato con il nome giusto. Perché evidentemente qualcuno suggeriva quel che Scarantino doveva dire.
L’altro assurdo è il fatto che ancora oggi si dia credito al falso pentito, che ha fatto l’ennesima giravolta a Messina rispetto a quanto testimoniato in aula a Caltanissetta, e che ora scarica ogni responsabilità sui poliziotti, mentre prima aveva fatto nomi e cognomi dei magistrati.

Facile colpire La Barbera, prima di tutto, che è morto nel 2002. E poi i tre ex agenti che potrebbero, alla fine, diventare dei veri capri espiatori di un’operazione nata a cresciuta nel mondo delle toghe, oltre che delle divise ad alto livello. Cioè quelli abituati a gonfiare il petto davanti alle telecamere dopo ogni retata, dopo ogni arresto eccellente per la soluzione dei casi più spinosi. Ma che sono poi pronti a scaricare su altri le proprie responsabilità. Magari condizionando, ancora oggi, il falso pentito, aiutandolo (ma senza suggerire, per carità) prima di ogni deposizione.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.