Chi sono i volti del tempo del Covid-19? Quali sono le figure che ci portiamo dietro da questa esperienza che va a segnare un primo paletto di scadenza?  Poco meno di due mesi per questa storia della clausura. La potremmo considerare come un periodo della nostra vita, addirittura un periodo della Storia se, presi dall’enfasi, ci venisse da dilatarla a una dimensione epocale. È una tentazione, che alimenta anche questo bisogno della comunicazione di trovare sempre titoli una volta si diceva cubitali, e trasformare il particolare e l’occasionale in Evento. Cosa che il Covid19 è stato, continua e continuerà a essere, ma non immergendolo in una piena mediatica spesso ridondante e compulsiva.

E allora proviamo ad avviare un rewind e a mettere insieme un album, un po’ come si fa con le immagini dei calciatori, perché di immaginario si tratta, al confine forse con una realtà di cui ci resta solo quello che abbiamo visto.
Comincerei con Papa Francesco. A lui dobbiamo le parole, i silenzi e le scene più potenti di questi giorni. La benedizione Urbi et orbi nel plumbeo di una serata fradicia di pioggia, il rito della Via Crucis, la solitudine affranta unita alla speranza e a quella domanda ripetuta come un mantra analitico «perché hai paura?». Papa Francesco ha esorbitato dalla cronaca e dal suo effimero ripetitivo e vizioso e si è posto sul bordo tra lo smarrimento e il mistero che si sublima nella sfida della fede, nell’estremità umana della preghiera e dell’invocazione. Un ecumenico profeta-antagonista del Covid, potente nella fragilità di un corpo malfermo e nel coraggio dell’umano che si rivolge al divino.

Dopo il Papa, mettere, per responsabilità istituzionale, il Presidente della Repubblica, ancor più fedele al ruolo pedagogico che lo contraddistingue nella gestione di un ruolo che ai cittadini tutti si rivolge. Partecipazione e ingessatura della carica. Indimenticabile la sua solitudine con mascherina, nel silenzio del Vittoriano, la sua figurina esile e scura che scende la scalinata a rappresentare un Paese a distanza. E visto che l’umanità che c’è alla fine si fa strada, vale più di tutto la risposta fuori onda che dà all’operatore che gli dice del ciuffetto fuori posto, «non vado dal barbiere neanche io».

Giuseppe Conte. Il nostro dirimpettaio, il Presidente del Consiglio doveva parlare e ha parlato, e per questo gli ansiosi e concorrenziali leader-speaker della nostra politica hanno avuto da ridire. Più volte si è affacciato dalla televisione e lo ha fatto con i toni che vengono dalla responsabilità in un’emergenza sconvolgente. Ha cercato di essere rassicurante anche quando le ordinanze che annunciavano non tranquillizzavano, si è rivolto ai cittadini e al loro senso di responsabilità, cercando di dare l’immagine di uno Stato presente, sollecito, organizzato. E, verrebbe da pensare, cos’altro avrebbe dovuto fare, spingere sull’allarmismo? Rovesciare su chi l’ascoltava l’ansia per i buchi, le difficoltà immani e per gli scricchiolii che pure ci sono stati? Semmai, qualche incrinatura: il singhiozzo degli orari delle apparizioni, il rischio di cortocircuito dei rinvii, lo scivolone della polemica frontale e tutta nell’agone scomposto della politica con i rappresentanti dell’opposizione e le lesinate apparizioni in Parlamento.

I Governatori delle Regioni, ognuno con il suo stile. Restano le immagini del Presidente della Lombardia Fontana con la mascherina/senza mascherina, del Veneto Zaia, efficienza, siamo avanti e, se volete, seguiteci, e Jole Santelli della Calabria che i bar li riapre, comunque. Ma al top non può che esserci il reggente della Campania, De Luca, performance da fustigatore dei costumi incompatibili con la prossemica del Covid, salace, irriverente, humour sulfureo a chi tocca tocca, dalla pastiera a domicilio ai “cinghialoni come lui” che vanno in giro con le tute alla zuava, da denunciarli per offesa alla pubblica decenza. De Luca è un caso di anarchia discorsiva, che usa le parole come sciabolate e un tono di voce che sembra quello di un pirata con il coltello fra i denti pronto a colpire.

Poi c’è il Prisma dei virologi. Tante facce, ognuna con la sua verità, un confine incerto tra l’autorevolezza e la capacità di persuasione, un irsuto del discorso può avere una straordinaria competenza e viceversa il sapere di un incantatore può lasciare a desiderare. E noi stiamo nel mezzo. Versioni diverse, il sacerdotale Burioni, l’inflessibile Capua, il ragionieristico Pregliasco, il colloquial/sussiegoso Galli... parliamo di stili di comunicazione, perché quelli vediamo. Nelle classifiche di merito e titoli – si fanno anche classifiche dei virologi – i nostri hanno risultati altalenanti (al top della rivista Scopus, Anthony Fauci, consigliere non sottomesso di Trump e in bella evidenza Alberto Mantovani/Humanitas e Giuseppe Remuzzi/ Ist. Mario Negri). Ma i talk spesso privilegiano quella strana cosa che è la televisività.

Di contro alla scena pubblica ufficiale, Manzoni avrebbe detto “il volgo disperso che nome non ha” che si è espresso nei social come sui telefonini con una piena di riti apotropaici, i più vari, caricature, parodie, sberleffi, filmini di famiglia, reportage dal terrazzo di casa, confessioni, happening musicali.. Una galassia in espansione che prima o poi bisognerà esplorare. E, infine, c’è lui Il Covid-19, il Coronavirus con la sua immagini indolore e persino curiosa di uno di quei cuscinetti in cui sarti appuntano gli spilli, in questo caso con una rossa capocchia floreale. Mai fidarsi delle apparenze.