Gli archivi vaticani si rivelano fonte di continue sorprese. Ora L’Osservatore Romano pubblica, riprendendola dall’ultimo libro di mons. Leonardo Sapienza (uno dei più stretti collaboratori di Papa Francesco e raffinato studioso di Paolo VI), una vera primizia. Si tratta della trascrizione fedele di un colloquio avvenuto nel 1970 tra Paolo VI e il cardinale olandese Alfrink in visita in Vaticano.

Prima di entrare nel tema, ricostruiamo la riscoperta del colloquio. È stato Papa Francesco a innescare la curiosità di mons. Sapienza quando, a proposito del celibato, ribadì che Paolo VI si era espresso dicendo «preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato». Non riuscendo a trovare traccia della frase negli scritti di Paolo VI, mons. Sapienza alla fine si è deciso a chiedere al Papa stesso dove avesse letto o sentito la frase. Dice ora mons. Sapienza: «Mi ha risposto di averla ascoltata da diverse persone; ma di continuare la ricerca, perché interessava anche lui. Con l’aiuto dei validi Archivisti della Segreteria di Stato, si è riusciti a trovare l’origine del pensiero di Paolo VI. Venerdì 10 luglio 1970 – ricostruisce ancora mons. Sapienza – Paolo VI riceve in udienza il cardinale Bernard Alfrink, arcivescovo di Utrecht. L’incontro, previsto alle ore 11, si prolunga oltre l’orario. Data l’importanza degli argomenti trattati, il Papa invita il cardinale a tornare il giorno dopo».

E la trascrizione recuperata negli archivi rivela che il tema del celibato è al centro della conversazione. Il cardinale svolge delle osservazioni a proposito del calo numerico dei sacerdoti, già evidente nel nord Europa, e sonda il Papa a proposito della possibilità di ordinare sacerdoti degli uomini sposati, di provata fede ed esperienza, o di far rientrare quei sacerdoti che hanno lasciato il sacerdozio a causa della norma canonica che non consente il matrimonio ma che desiderano ritornare a fare i preti, mantenendo ovviamente il loro nuovo stato. La questione è assai complessa, come le scarne note lasciano intravedere e Paolo VI si sofferma a soppesare le diverse argomentazioni. Soprattutto riflette a lungo sulla convinzione che un sacerdote sposato non avrà da dedicare tutto il tempo all’apostolato, dovendosi dividere tra famiglia, lavoro per mantenerla e mantenersi, e infine la cura pastorale dei fedeli. E così al termine del colloquio Paolo VI si rivolge al cardinale Alfrink in questi termini: “pensa Vostra Eminenza che una simile legge della Chiesa resisterà? O si dirà ‘si può essere sposato e buon prete?’ Preferirei essere morto o dare le dimissioni!».

50 anni esatti dopo, e nei 50 anni trascorsi, come si capisce, il tema continua a restare divisivo e di grande attualità. Ha a che fare con il modello di Chiesa – e quale debba essere il ruolo dei laici – e soprattutto come contrastare o affrontare o risolvere il calo drastico del numero dei sacerdoti in tante zone del mondo. In effetti anche in Italia la situazione è complessa: il calo delle vocazioni e delle parrocchie da gestire si affronta grazie alla presenza di tanti sacerdoti stranieri che studiano in Italia e aiutano i parroci. Un’altra soluzione è affidare più di una parrocchia a un solo sacerdote, ma con carichi di lavoro gravosi. Fuori dall’Italia il problema è conosciuto da anni. Ricordo ad esempio un episodio risalente al 2008 quando mi trovai una sera con cinque sacerdoti, in Canada, a discutere del loro impegno con i fedeli. A un certo momento uno di loro raccontò quante messe celebrava nel fine settimana: due il sabato per due parrocchie che aveva, tre la domenica mattina perché si curava di altre parrocchie e ancora due la sera della domenica in altre chiese di due distinte parrocchie. Un totale di sette messe in 24 ore: un record che condivideva con molti altri sacerdoti.

Un episodio funzionale a un modello di Chiesa centrato sul sacerdote e dunque qualsiasi modifica nel senso di attribuire un ruolo più ampio ai laici – sposati o meno – intaccherebbe una prassi e una teologia consolidata, provocando una rivoluzione. A rendere più complessa la situazione c’è da dire che questa è la strada della Chiesa “latina” cioè cattolica, in Occidente. La Chiesa cattolica in Oriente ha una prassi diversa; per non parlare delle chiese protestanti dove si può essere sacerdoti sposati ma anche vescovi sposati; e in molte confessioni protestanti abbiamo donne sacerdote e sposate e donne che accedono alla carica episcopale. Tutte confessioni cristiane, si intende, con interpretazioni differenti della stessa Bibbia e del medesimo Nuovo Testamento.

Quindi lasciando da parte le complesse e controverse discussioni storico-teologiche – gli apostoli erano sposati o no? Già dal IV secolo sacerdoti e vescovi non si sposavano? La regola del celibato valeva dal XIII sec.? E poi per tutti e per sempre dal Concilio di Trento? È una legge arrivata dopo o fissata nella Bibbia? E le donne? – limitiamoci a osservare che l’accesso alle fonti risulta abbastanza problematico e può portare a risultati non univoci. Lo snodo è il modello di Chiesa e quanto debba essere “clericale”. Certo un cambiamento è possibile ma a quale prezzo dal punto di vista dei fedeli, dei sacerdoti, della teologia che è andata prevalentemente in una direzione sola? E soprattutto chi potrebbe avere la “forza” di andare avanti su una strada così impervia e foriera di scismi?

Certo il problema esiste e la forza dei numeri (il calo dei sacerdoti) potrà imporre, prima o poi, la ricerca di soluzioni nuove. Per questo è importante stare a vedere dove porta la stagione ecclesiale in atto. Tuttavia l’idea netta e precisa di Papa Francesco sul ‘no’ ad aperture verso forme diversificate di sacerdozio, fa capire che lui si muove nel solco della dottrina tradizionale, con buona pace di quanti lo vedono come un rivoluzionario che sta svendendo la dottrina. Una volta di più si smaschera e si smonta il pregiudizio ideologico (e surreale) di un Papa latinoamericano, dunque per definizione populista e demagogico.