Ma insomma cosa vogliono i “critici” di Papa Francesco? È una nutrita pattuglia di “vaticanisti” in pensione rimasti attivi con i loro blog, saldamente saldati fra di loro e con connessioni internazionali in Francia, Germania, Svizzera, Spagna, Nordamerica. Certo a leggere e ascoltarli si attribuiscono uno scopo nobile: mettere in guardia noi comuni mortali da un Papa che sta svendendo la dottrina tradizionale. Quella, per intenderci, dei valori non negoziabili; dietro i quali vorrebbero una Chiesa teologicamente forte, che emette giudizi morali su tutto e tutti, che non dialoga con il mondo contemporaneo ma sentenzia; una Chiesa capace di separare il grano dal loglio, pardon, il giusto dallo sbagliato.

Una Chiesa dove si vada a messa anche in tempi di lockdown, perché lo Stato non deve intervenire sul mondo cattolico. Una Chiesa che condanni e lotti duramente perché vengano rimangiate le leggi su divorzio, aborto e magari sui diritti civili. E perché no, già che ci siamo, non si dia più il voto alle donne…Per loro la Chiesa è al servizio “dei padroni del caos” e l’enciclica “Fratelli tutti” sarebbe ispirata dall’Unaoc delle Nazioni Unite, una alleanza per la civilizzazione (lanciata dal socialista spagnolo Zapatero nel 2005 e appoggiata dall’allora premier turco Erdogan, addirittura…) che svende il cattolicesimo in nome di un Vangelo che diventa il progetto-Gesù, il progetto liberazione-sociale e non più l’annuncio del Regno di Dio. Un Regno di Dio – sia detto tra parentesi – che va collocato sicuramente nella vita dopo la morte, per i credenti; e per tutti gli altri che si arrangino pure se vivono in Occidente, nel Terzo mondo, se sono poveri, malati o ricchi. Tanto la loro condizione umana felice o problematica o infelice, è semplicemente spiegata: è volontà di Dio e non si può certo cambiare!

E così ad esempio il Samaritano della parabola evangelica che è al centro dell’annuncio della “Fratelli tutti”, perché si sarebbe fermato a soccorrere quel poveraccio derubato mezzo morto ai margini della strada? Ci ha pure speso soldi per curarlo e lasciarlo in buone mani. Poteva lasciarlo lì. E San Martino con la sua iconografia del dono di metà del mantello al povero infreddolito? E San Francesco nella sua beata ingenuità va a predicare al Sultano? Non doveva predicare, avrebbe dovuto scomunicarlo e stramaledirlo nel nome della vera religione e dell’unico Dio, il suo. In realtà la vulgata degli autoproclamati veri cattolici è inzeppata di paradossi come questi. Soprattutto non si capisce cosa vogliano davvero. Cosa dovrebbe fare il Papa? Certo non lo dicono perché come sempre è facile mettersi all’opposizione e criticare. Loro forse vorrebbero far girare all’indietro le lancette della storia, della morale, delle legislazioni. Ma certo non possono farlo e allora è molto più facile gridare all’apostasia di Papa Francesco e puntare tutto sulle citazioni di Joseph Ratzinger, luì sì che da teologo e da Papa ha davvero portato avanti l’insegnamento della vera fede. Peccato si sia dimesso, ma naturalmente lo ha fatto a causa di un complotto e certamente la sua non era vera volontà di gettare la spugna. E qui proseguiamo ancora con un diluvio di approssimative considerazioni.

Intendiamoci, a leggere e ascoltare, si tratta sempre di affermazioni dotte, documentate, citazioni a colpi di Papi, santi, ed esperti vari. Peccato che il nodo del contendere sia sempre lo stesso: non viene accettato il Concilio Vaticano II e soprattutto il documento (Costituzione pastorale) “Gaudium et Spes” sul ruolo e sui compiti della Chiesa nel mondo. Basta citare il paragrafo 3 della Costituzione pastorale, appena all’inizio del testo, per capire la differenza con il passato: «Si tratta di salvare l’uomo, si tratta di edificare l’umana società. È l’uomo dunque, l’uomo considerato nella sua unità e nella sua totalità, corpo e anima, l’uomo cuore e coscienza, pensiero e volontà, che sarà il cardine di tutta la nostra esposizione. Pertanto il santo Concilio, proclamando la grandezza somma della vocazione dell’uomo e la presenza in lui di un germe divino, offre all’umanità la cooperazione sincera della Chiesa, al fine d’instaurare quella fraternità universale che corrisponda a tale vocazione. Nessuna ambizione terrena spinge la Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l’opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito».

Un testo molto chiaro che inaugura un linguaggio ed un’epoca diversa: dialogo e confronto con le società, le culture, le religioni; non più condanne, chiusure, scontri. Per gli epigoni dei regimi di cristianità il dialogo non va bene; l’unica risposta è la condanna nel nome della vera fede. Ma in cosa esattamente? Non si sa, perché nella retorica della “vera fede” e del Papa “apostata”, i confini dei dibattiti sfumano e la retorica imperversa. Cosa dovrebbe dire e proclamare, il Papa, di diverso da quello che scrive e proclama? Non si sa. Non ce lo vogliono dire. Cosa farebbero loro al posto suo? Non abbiamo il privilegio di saperlo. A questo punto immagino il lettore: non ce la fa più e chiede di chi stiamo parlando. Sto parlando di quei giornalisti che quando erano in servizio attivo presso le testate di appartenenza, realizzavano servizi equilibrati ad esempio al Tg1, a La Stampa, su L’Espresso. Tanto per dirne alcuni. Da pensionati si dilettano nell’attaccare Papi e Vaticano, ma soprattutto Francesco, saldandosi appunto con una rete conservatrice internazionale. Non faccio nomi per non fornire una pubblicità gratuita e francamente poco utile.

Però certamente presenze critiche di tal fatta pongono un problema serio, lo stesso – alla rovescia – che loro contrastano. In fondo la Chiesa è polarizzata ed è grazie a questo se i loro siti proliferano. Se non fosse così, non avrebbero spazio di azione. La Chiesa è polarizzata perché di fronte a una novità oggettiva come il pontificato di Papa Francesco, gli interessi dei potentati economici e finanziari si saldano per unire un fronte conservatore dietro il quale si situano interessi che nulla hanno a che fare con la fede o la teologia e molto invece con il denaro.
Sgombriamo il campo da un equivoco di fondo: papa Francesco non è un rivoluzionario. È un sacerdote gesuita saldamente formato nella teologia che si insegnava negli anni Cinquanta (tomismo, per dire…). Tuttavia è consapevole di vivere nel mondo di oggi e non nel passato, soprattutto ha ben chiaro il contesto dell’America Latina. Le favelas le conosce di persona, non per sentito dire. Quando era arcivescovo di Buenos Aires, i parroci andava lui a trovarli e prendeva i mezzi pubblici. Conosce la realtà in presa diretta e ha vissuto i momenti tragici della dittatura nel paese.

Potremmo dire che è un papa “inculturato” nel senso che sa come parlare in maniera comprensibile – non l’ecclesialese stretto di tanti – e sa quali corde toccare per presentare l’annuncio del Vangelo in maniera efficace. Sa anche che non esistono mai le persone o le situazioni assolute, ma sempre persone inserite in un contesto. La realtà non è bianca o nera, bensì dominata da mezzi toni, sfumature, e i “padroni del caos” li abbiamo magari dentro di noi perché nell’intimo dell’animo umano convivono tendenze diverse, situazioni complesse e ognuno ha una specifica storia di vita ed una evoluzione spirituale, psicologica, culturale ed emotiva con tempi da rispettare. Se la realtà è dinamica e non statica (come le persone), non si capisce perché la Chiesa non debba essere dinamica pure lei. Altrimenti bastava fermarsi al primo papa della storia, lasciarlo lì imbalsamato come Lenin e mettere un nastro registrato con tutte le risposte della Bibbia alle domande esistenziali.
Per fortuna non è così. Per fortuna il messaggio del Vangelo si rinnova e si applica ad ogni tempo ed alle diverse situazioni. E di fronte alle scoperte scientifiche, alle innovazioni, al progresso, alle sfide nuove, occorre sempre interrogare i testi biblici e la nostra intelligenza per comprendere cosa poter dire e fare. Non è semplice, tuttavia è l’unica strada da percorrere.

Quindi chi critica papa Francesco insulta l’intelligenza di tutti coloro che non accettano rispostine predefinite. E occultano un aspetto fondamentale della realtà: loro lucrano sulle critiche al Papa. Un Papa francescano (ecologista) dispiace ai mercati che investono sull’inquinamento e sullo spreco delle risorse. Un Papa che si batte contro la pena di morte e contro la vendita delle armi e contro il ricorso alla violenza, alla lunga spaventa i mercati e le aziende che sugli armamenti hanno costruito un fiorente commercio d’intesa con i vari ministri e presidenti della paura in libera circolazione nel mondo. Un Papa che chiede vaccini gratis, non è certamente ben visto dalle industrie dei brevetti.

Un Papa così manda il segnale di una Chiesa che vorrebbe stare sempre più vicina all’umanità. Certo con molte difficoltà e nel rischio di finire in mano a profittatori ed affaristi (il caso Becciu docet, nulla di nuovo…) perché le strutture ecclesiali stentano a rinnovarsi e adeguarsi al passo con tempi dove il denaro prende strade inaspettate. Però, insomma, sarebbe necessario un dibattito vero e non le critiche basate su un orchestrato e ben pagato disfattismo di confusione.