«Basterebbe destinare all’assunzione di magistrati e cancellieri le somme che ogni anno si spendono per gli indennizzi. È il denaro che fa la guerra, come si diceva in Francia»: Giuseppe De Carolis, presidente della Corte d’Appello di Napoli, ha le idee chiare sullo “stato di salute” e sulla “medicina” da utilizzare per far sì che la giustizia di casa nostra esca dalla palude in cui è piombata.

Presidente, le domande di equo indennizzo aumentano. Come se lo spiega?
«Tutto ruota intorno alle sentenze. Quante ne può scrivere un giudice ogni anno? Cento, non molte di più. Anche perché materie come quelle relative a successioni ereditarie e diritti reali sono particolarmente complesse e richiedono più tempo affinché il magistrato giunga a una decisione. Poi c’è da fare i conti con le scoperture delle piante organiche che costringono i giudici a un lavoro extra. Se si pensa che il compito di un magistrati sia meramente burocratico e consista nello “sfornare” centinaia sentenze ogni anno, si sbaglia. Perché non è un discorso di sola quantità, ma anche di qualità del lavoro».

Quanto tempo occorre per produrre una sentenza degna di questo nome?
«Occorrono tre giorni: uno per studiare le carte, un altro per decidere, un altro ancora per scrivere. Spesso, però, servono settimane per formare una decisione perché il magistrato è chiamato ad analizzare le norme e la giurisprudenza a sostegno dell’una e dell’altra tesi prospettate dalle parti in causa. Perciò non si può pretendere un numero eccessivo di sentenze da ciascun magistrato, soprattutto a fronte del carico di lavoro complessivo. In queste condizioni è quasi scontato che le cause durino troppo e che si paghino milioni e milioni di indennizzo. Perciò o diminuiscono i contenziosi o aumenta il numero dei magistrati chiamati a risolverli».

È questa la soluzione all’alto numero di domande volte a ottenere l’equo indennizzo?
«Oggi riusciamo a smaltire più cause di quelle che ci vengono sottoposte. Se non fosse così, sarebbe una tragedia. C’è un paradosso, però. Di solito, infatti, diamo priorità alla trattazione delle cause più risalenti nel tempo per fare in modo che lo Stato paghi somme più basse per l’equo indennizzo; eppure, in questo modo, le cause più recenti rischiano di diventare ultrabiennali dando così diritto all’indennizzo. Serve equilibrio, dunque, così come servono giudici per smaltire gli arretrati».

In passato è stato definito un piano straordinario di rientro per le Corti d’Appello che spendono le somme più alte per gli indennizzi. Come procede?
«In base a questo piano le Corti d’Appello avrebbero dovuto smaltire tutti i ricorsi legati alla legge Pinto e presentati entro settembre 2015. Da quella data in poi se ne occupa il Ministero con l’aiuto della Banca d’Italia. La Corte d’Appello di Napoli ha quasi annullato l’arretrato. Il problema è che a Roma non si riesce a smaltire le domande di equo indennizzo: siamo nel 2020 e ancora non si provvede ai pagamenti relativi al 2018, di questo passo dovremo fare i conti con un nuovo arretrato».

Come se ne esce?
«Lo studio delle carte e la scrittura della sentenza sono attività delegabili: i giudici potrebbero essere affiancati da collaboratori laureati, adeguatamente formati e incaricati di analizzare i fascicoli e stendere materialmente la decisione al loro posto. Così i magistrati potrebbero concentrarsi sulla decisione. Ma le voragini nelle piante organiche devono essere colmate. E al più presto».

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.