«La comunità internazionale è chiamata a scegliere da che parte stare: avallare il Piano israeliano di annessione, sancendo così la morte della soluzione a due Stati, o riconoscere il diritto del popolo palestinese a uno Stato indipendente, pienamente sovrano sul suo territorio nazionale, con Gerusalemme Est per capitale. Non è più tempo di ambiguità e reticenze. Trump ha scelto, lo faccia anche l’Europa, ma in una direzione opposta a quella americana». A sostenerlo, a Il Riformista, è il Primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Mohammad Shtayyeh. E sulle prossime elezioni presidenziali americane, il premier palestinese fa un, sia pur indiretto, endorsement: «Conosco personalmente il senatore Biden e so che non intende venir meno a una pace fondata sulla soluzione a due Stati. E poi, è difficile che possa far peggio del signor Trump».

Signor Primo ministro, l’1 luglio, giorno in cui sarebbe dovuto scattare il piano israeliano di annessione di parti della Cisgiordania, è passato senza che accadesse nulla. È l’avvisaglia di un possibile ripensamento israeliano?
Ripensamento? Magari fosse così! Ma la realtà è un’altra: gli israeliani stanno trattando con gli americani sulle dimensioni dell’annessione e non su un suo accantonamento. Ma la legalità internazionale non si misura in chilometri.

Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, il più deciso fautore dell’annessione, può contare sul sostegno del presidente Usa Donald Trump. Il 3 novembre prossimo, gli americani andranno a votare per decidere chi sarà il loro presidente per i prossimi quattro anni. I palestinesi fanno il tifo per Joe Biden?
Non si tratta di “tifare”, ma di valutare le posizioni dei due candidati riguardo al processo di pace israelo-palestinese e sul Medio Oriente. Vede, al presidente Trump va riconosciuta la coerenza: non c’è stato un solo atto della sua presidenza che non sia stato a favore d’Israele e del suo amico Netanyahu: il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, il sostegno alla politica di colonizzazione della Cisgiordania, l’azzeramento del contributo americano all’Unrwa (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ndr), come suggello finale, il “Piano del secolo” che è a fondamento dell’annessione. Nei suoi quattro anni di presidenza, il signor Trump non ha mai vestito i panni del facilitatore di un compromesso fra le due parti, ma ha sempre indossato la maglia israeliana. È stato un player di parte, non certo un arbitro imparziale. Non voglio glissare la sua domanda: diciamo che sarebbe difficile fare peggio del presidente Trump. Mi lasci aggiungere che ho avuto modo di conoscere personalmente il senatore Biden quando era vice presidente degli Stati Uniti (con la presidenza Obama, ndr). So che conosce bene il dossier palestinese e che resta sostenitore di una soluzione a due Stati. Sappiamo bene che gli Usa hanno da sempre un legame strettissimo con Israele. Noi non aspettiamo un presidente filopalestinese, ma un onesto difensore della legalità internazionale. È chiedere troppo?

C’è chi vi suggerisce di non sottrarvi ad una discussione di merito del piano Trump che, rimarcano gli assertori di questa linea, non esclude la nascita di uno stato palestinese
Ma di quale “Stato” si parla! Uno Stato per essere considerato tale deve avere una piena sovranità sul suo territorio nazionale, esercitare il controllo di confini riconosciuti internazionalmente e delle risorse idriche. Altrimenti si tratta di una finzione, di un bantustan spacciato per “Stato”. Noi non ci battiamo solo contro l’occupazione israeliana ma per il rispetto della legalità e del diritto internazionale. Per questo e non per un astratto concetto di giustizia che oggi chiediamo al mondo di scegliere da che parte stare. È un’assunzione di responsabilità inderogabile. Noi non stiamo chiedendo la luna, ma di vedere finalmente attuate quelle risoluzioni Onu che Israele ha sempre calpestato. A chi ci dà lezioni di pragmatismo, rispondo che non c’è in Medio Oriente una leadership più pragmatica di quella palestinese. Ma essere pragmatici non significa rinunciare ai nostri diritti. Questa si chiama resa. E noi, mi creda, non ci arrenderemo mai. Se accettassimo di negoziare il piano Trump che annienta le nostre aspirazioni nazionali saremmo un mucchio di traditori. Non c’è un dirigente palestinese, anche il più moderato e propenso al compromesso, che sia disposto a svendere la nostra causa nazionale, quella per la quale intere generazioni hanno combattuto e molti sono caduti da martiri.

Ma nel “Piano del secolo” è previsto un importante sostegno all’economia palestinese. Perché rifiutarlo?
Perché la nostra libertà non è in vendita e i nostri diritti nazionali non hanno prezzo. Noi sosteniamo con forza il principio “pace in cambio dei Territori”. E non intendiamo che esso venga stravolto in “pace in cambio di dollari”. È vero, la nostra economia è in difficoltà, soprattutto ora che dobbiamo fare i conti con la crisi pandemica, ma alla base di queste difficoltà c’è l’occupazione israeliana. Non nascondo i nostri errori, ma sfido chiunque a realizzare progetti di sviluppo quando Gaza è sotto assedio da oltre 11 anni e in Cisgiordania le risorse idriche necessarie per supportare la nostra agricoltura, sono nelle mani dei coloni. Abbiamo idee e risorse umane di primo livello per ricostruire la nostra economia e migliorare le condizioni di vita della popolazione palestinese. Chiediamo solo di essere messi nelle condizioni di poterlo fare.

Un’accusa ricorrente alla dirigenza palestinese è saper dire solo dei “no”…
È una accusa pretestuosa, totalmente infondata. Non siamo stati certo noi a venir meno a rispetto degli accordi di Washington o a sabotare la soluzione “a due stati”. Agli inizi di giugno, l’Autorità Palestinese ha presentato ai membri del Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Russia, Onu, Eu, ndr) una controproposta al Piano Trump per uno stato in grado di sostenersi, entro le linee del 1967, con Gerusalemme Est per capitale, ma non ci siamo fermati a questo. Israele teme per la sua sicurezza? Se questo è il problema, noi abbiamo proposto che questo stato indipendente e sovrano sia smilitarizzato. E siamo anche pronti ad accettare, per il tempo necessario, il dispiegamento di una forza internazionale sotto egida Onu ai confini tra i due stati.

Ma la realtà sul terreno oggi, non è quella del 1967…
Ne siamo consapevoli, anche se le modifiche a cui lei si riferisce sono il prodotto della colonizzazione in Cisgiordania che Israele ha portato avanti senza soluzioni di continuità. Ma guardando al futuro con uno spirito costruttivo, dico che noi palestinesi siamo pronti anche ad accettare aggiustamenti minimi dei confini con Israele, con scambi di territori esattamente eguali, sulla base di un principio di reciprocità da concretizzare in una Conferenza internazionale di pace.

Quando fa riferimento ad una forza di interposizione internazionale, può essere un modello quello di Unifil 2, la missione Onu, a guida italiana, ai confini tra Israele e il Libano?
È una possibilità. Quel modello ha funzionato e potrebbe essere riproposto in Palestina. Per farlo, però, c’è bisogno di un vasto consenso internazionale e delle due parti interessate. Noi siamo pronti a discuterne, ma la stessa domanda dovrebbe essere posta al signor Netanyahu. E non credo che la risposta sarebbe la stessa.

Signor Primo ministro cosa si sente di chiedere oggi all’Europa?
Coraggio, coerenza, lungimiranza. In questo momento cruciale non solo per il futuro dei palestinesi ma per l’intero Medio Oriente, occorre esercitare pressioni sulle autorità israeliane perché deflettano all’annessione. Riconoscere oggi lo Stato di Palestina sarebbe un atto di grande valenza politica, e un segnale a Israele perché non proceda sulla strada dell’annessione. In gioco non sono solo i diritti nazionali dei palestinesi ma la stabilità del Medio Oriente.

Al Fatah e Hamas sembrano aver raggiunto una intesa per un’azione comune contro l’annessione. È solo una unità di facciata?
Mi auguro e credo di no. Il passato ci ha insegnato che le divisioni interne al nostro campo, hanno finito per indebolire la causa palestinese. A trarre vantaggio da queste divisioni è stato Israele. Siamo a un passaggio cruciale della nostra storia: affrontarlo divisi sarebbe un tradimento che il popolo palestinese non perdonerebbe mai.

Si è detto e scritto che la “guerra” al Covid-19 avrebbe unito i popoli e sviluppato una cooperazione globale contro il virus. È stato così anche in Palestina?
Assolutamente no. Con il pretesto del Coronavirus, le autorità israeliane hanno impedito ai lavoratori palestinesi di accedere al territorio israeliano e questo ha aggravato ancor più le condizioni di vita in Cisgiordania. Quanto a Gaza, la situazione è drammatica. Non disponiamo delle strutture sanitarie di terapia intensiva in grado di fronteggiare una epidemia. L’emergenza sanitaria ha reso ancora più dura l’occupazione. L’assedio israeliano a Gaza, che dura da 13 anni, ha fatto della Striscia una prigione a cielo aperto isolata dal mondo, esponendo la popolazione (oltre 1,9 milioni di abitanti, il 53% sotto i 18 anni, con la più alta densità di popolazione al mondo, 4.500 abitanti per km quadrato ndr), a un contagio potenzialmente devastante. Mi lasci aggiungere che in quanto potenza occupante, Israele è obbligata a fornire assistenza sanitaria ai palestinesi, come previsto dalla Quarta Convenzione di Ginevra (art. 56). Ma questo obbligo è disatteso, come tanti altri da chi sembra conoscere solo il linguaggio della forza.