“Vaffanculo, stronza, troia”. Parole non nuove nel vocabolario di Vittorio Sgarbi, un lessico usato mille volte nei talk show che ne hanno costruito la popolarità, ma che ieri l’aula di Montecitorio ha recepito molto male. Il deputato, eletto con Forza Italia ancora nel 2018 e poi transitato al Misto, ha esorbitato ieri con un fallo di reazione che potrebbe costargli caro. Terminato il suo intervento nell’ambito della discussione sulla conversione del dl Giustizia, si è visto replicare con toni stizziti dall’onorevole Giusi Bartolozzi, magistrata eletta nelle file di Forza Italia. «Non tutti i magistrati sono così», ha detto. E Sgarbi non ci ha visto più. Secondo lo stenografico della Camera, del quale abbiamo chiesto conferma a diversi deputati presenti, le ha rivolto i coloriti epiteti di un repertorio già noto. Un’ondata da cui è stata investita anche la presidente di turno, Mara Carfagna, che ha disposto l’allontanamento coatto: di Sgarbi. Come in una deposizione caravaggesca, il corpo del critico d’arte viene issato da quattro commessi. Chi per le braccia, chi per le gambe, lo portano di peso fuori dall’emiciclo. E non è tutto: i questori della Camera, sollecitati da Roberto Fico, apriranno una procedura disciplinare.

Dopo essere stato trascinato fuori, Sgarbi si sfoga con Il Riformista. «Ho detto che i magistrati sono dei fascisti e per tutta risposta mi hanno cacciato dall’aula. Anche Cossiga aveva detto che l’Anm è come la mafia, dopotutto. Ho svolto un intervento di passione civile, chiedendo di istituire una commissione di inchiesta su Palamaropoli e ho visto i tanti applausi che mi rivolgevano i banchi di Forza Italia, di Fdi e della Lega. Poi la replica di Giusi Bartolozzi, che non ho capito se ha chiaro il fatto che siede sui banchi dei garantisti e non dei giustizialisti».

Posizioni politiche, condite da parole forti.
Sono tutti impazziti. Il Parlamento dovrebbe essere il luogo dove si parla liberamente, è diventato un tempio dove ognuno deve stare attento a quel che dice, perché se alzi i toni vieni espulso e se non ti alzi vieni sollevato di peso.

Ha detto “stronza”, “troia”…
Direi di non averlo mai detto. Dovrei risentire l’audio. Se ho detto stronza a Mara Carfagna, non è alla persona che l’ho detto ma al comportamento che in quel momento stava tenendo, era un comportamento prevaricatore del mio diritto di parola.

Non le chiederebbe scusa?
Ha usato un atteggiamento fascista, ha provato a imbavagliarmi. Le ripeterei che è stata censoria nei miei confronti. Io non mi faccio incatenare.

All’indirizzo dell’onorevole Bartolozzi, invece?
Le ho urlato “ridicola”, e “Berlusconi”. Sono insulti? Direi di no. Le ho voluto richiamare quello che lei è o almeno dovrebbe rappresentare, essendo entrata in Parlamento con Forza Italia. Mi fa specie che lo abbia scambiato per un insulto. Berlusconi non è una parolaccia.

La si accusa di sessismo.
Ma figuriamoci. Intanto vorrei dire che “stronza” non è un’offesa. E non è sessista. Vale per gli uomini come per le donne. E sei sei stronzo, qualcuno prima o poi te lo dice. Chiunque tu sia.

Alla fine il Dl Giustizia è passato.
Era prevedibile, i numeri alla Camera non riservavano sorprese. Il solo valore aggiunto che si poteva apportare stava nella mia proposta di istituire una Commissione di inchiesta. Un progetto concreto e motivato dal più grande scandalo del sistema giustizia nella storia della Repubblica. Quando l’ho proposto, applausi da tutte le parti. Poi mi prendono di peso e mi portano via dall’aula a spalla. Una scena mai vista.

Questo caos è tra lei, Carfagna e Bartolozzi: tutti e tre eletti con Forza Italia.
Ma io sono l’unico coerente, sono gli altri a essere in dissonanza con chi li ha fatti eleggere in Parlamento. Per questo ho ripetuto e urlato più volte “Berlusconi” in aula, perché so che lui la pensa come me.

Perché alla fine non si è allontanato volontariamente dall’aula?
Perché non c’era ragione di allontanarmi. In democrazia non esiste che tu vieni messo a tacere in questo modo. Non ho insultato nessuno. Ho svolto un intervento nel merito. Ho parlato di Palamaropoli e detto che in Italia troppi magistrati mestano nel torbido. Appena sentite queste parole, è venuto giù tutto e due minuti dopo venivo sbattuto fuori a forza.