Il primo giornale locale finito nelle mani dei napoletani non è l’eroico ed elitario Monitore di donna Eleonora Pimentel Fonseca: è il Diario notizioso del 1759, venduto a un grano e durato solo cinque mesi. L’ultimo, invece, deve ancora uscire. Ma ci manca poco, e ci stiamo lavorando, nella nostra redazione tra i grattacieli del Centro direzionale, perché martedì prossimo arriverà in edicola (e online) il Riformista-Napoli.

Inutile dire che fa un certo effetto sentirsi parte di questa storia secolare che attraversa testate prestigiose come il Roma e il Mattino e continua a portare prime firme al giornalismo nazionale. Arrivano, dunque, altre dodici pagine locali di fatti e di idee, e va sottolineato di idee, perché se è vero, come qualche maestro di populismo va dicendo, che i fatti producono “clic”, cioè condivisioni e aggregazioni, non è del tutto vero quello che aggiunge subito dopo, e cioè che le opinioni producono solo alzate di spalle. Se così fosse, Napoli, che è una grande produttrice di fatti, dovrebbe essere la città più compatta e organizzata d’Italia, e invece così non è, nonostante le edeniche rappresentazioni di De Magistris, come dimostreremo sin dal primo numero.

Ma pur essendo la città più raccontata d’Italia, più filmata, fictionata, cantata e teatralizzata, Napoli è da secoli inacciuffabile: tutti credono che abbia un’identità forte, e invece non ne ha una dominante proprio perché ne ha troppe (leggere Napoli, nostalgia di domani di Paolo Macry). E allora come stanno le cose?

Parlare di deficit di idee nella città di Bruno, Vico, Filangieri, Croce, Galasso e Biagio De Giovanni sarebbe ovviamente una bestemmia. Più semplicemente, il deficit è forse da ricercare nella debolezza dell’opinione pubblica, che è altra cosa rispetto al più banale senso comune. Ed è proprio qui che andremo a parare noi ultimi arrivati, noi del Riformista. Il nostro obiettivo è di fare più forte e consapevole l’opinione pubblica, di dare un senso alle alzate di spalle e di contribuire a trasformarle in un’onda di pensiero e quindi di azione.


Ma neanche siamo arrivati e già l’onda comincia a frangersi. Sta facendo discutere la nostra campagna pubblicitaria che ironizza sulle altre testate. C’è chi legge “I Mattini passano presto, i valori non tramontano mai” e già protesta. O chi sospetta nella scritta “Ai Fatti quotidiani preferiamo i fatti che restano” chissà quale guerra frontale. Senza contare “I manifesti scoloriscono, le idee no” o “I Corrieri vanno e vengono, le idee restano”, headline che pure hanno assestato qualche colpo.

Calmi. Non sarà un po’ di ironia (e autoironia, perché ce n’è anche per noi, visto che nella stessa pubblicità, proprio noi riformisti, promettiamo rivoluzioni) a minare la credibilità a cui ognuno giustamente tiene.

Napoli ha molti fronti aperti, non ultimo quello con la camorra, e su questi converrà stare uniti, come di recente ha giustamente proposto il direttore del Corriere del Mezzogiorno. Ma uniti quando davvero è il caso, in nome del pluralismo, che sottende appunto le dovute distinzioni. Siamo “vincoli o sparpagliati”? In fondo, la questione è sempre la stessa, dai tempi di Pappagone.

In attesa di “accendere” la risposta definitiva possiamo però metterla così. Si può essere sparpagliati sui manifesti e vincoli in trincea. E sempre che tra le trincee si mettano anche quella del riformismo e del garantismo, perché Napoli è, sarà bene non dimenticarlo, la città in cui in molti si sono messi a sventolare le bandane rivoluzionarie e in cui, in nome dell’anticamorra, è stato mandato sotto processo, nel silenzio di quasi tutti i giornali, un tale chiamato Enzo Tortora.