Dopo diciassette anni arriva l’assoluzione definitiva. Formula piena: il fatto non sussiste. Una vicenda giudiziaria che ha travolto la vita politica, personale e familiare di Annarita Patriarca, oggi deputata di Forza Italia ed ex sindaco di Gragnano.

Diciassette anni dopo, è arrivata l’assoluzione definitiva. Che effetto fa?
«Avevo sempre immaginato che il giorno della parola fine sarebbe stato quello della gioia liberatoria. Invece la prima sensazione è stata la stanchezza. Una stanchezza profonda. E insieme un senso di vuoto. Mi sono passate davanti agli occhi le immagini, i titoli dei giornali, le vicende e le emozioni vissute in tutti questi anni. Solo dopo è arrivata la libertà. E quel senso di libertà significa tutto. Perché per diciassette anni ho vissuto con un peso sulle spalle, con una spada di Damocle sulla testa».

Lei era già stata assolta nel 2017. Poi è arrivato l’appello della Procura.
«Sì. E considero questo uno dei malcostumi che andrebbero superati. Ero stata assolta dal Tribunale di Torre Annunziata con formula piena, perché il fatto non sussiste. Eppure il Pubblico ministero ha impugnato quella sentenza. Credo che soprattutto le assoluzioni piene non dovrebbero essere appellate. È una questione di civiltà giuridica».

La sentenza sostiene che quel processo non sarebbe nemmeno dovuto iniziare. Perché?
«Perché esisteva una prova oggettiva che smontava l’impianto accusatorio. L’accusa sosteneva che io avessi partecipato a un incontro a Napoli, in piazza del Plebiscito. Ma nello stesso momento un registro dei carabinieri certificava che mi trovavo nel Comune di Gragnano. O avevo il dono dell’ubiquità oppure non potevo essere in due posti contemporaneamente. Quella documentazione era disponibile fin dall’inizio».

Di cosa era accusata?
«Di una tentata concussione legata all’appalto del trasporto scolastico. Secondo l’accusa avremmo tentato di imporre alcune assunzioni alla società aggiudicataria. Un’ipotesi che non aveva alcun senso. La gara era stata svolta prima della mia elezione a sindaco. Inoltre il Comune intervenne dopo segnalazioni su gravi violazioni. Ricordo che alcuni scuolabus non erano coperti da assicurazione verso terzi. Facemmo il nostro dovere. Aprimmo un contenzioso amministrativo e vincemmo sia al Tar sia al Consiglio di Stato».

Porta ancora le ferite per come è stata impostata quella vicenda?
«Sì. Durante l’inchiesta mi fu notificata una misura cautelare di allontanamento dalla regione. Ero incinta, una gravidanza difficile, avevo già superato i quarant’anni. Mi dissero che avevo poche ore per lasciare casa. Avevo una bambina di due anni e mezzo. Dovevo organizzare una nuova vita senza sapere per quanto tempo. E lì ho perso la gravidanza al quarto mese e mezzo. Nessuna sentenza potrà mai restituirmi quella vita. Nessuna. È il pensiero che mi accompagna ogni volta che ripenso a quegli anni».

È questa la vera pena che resta anche quando si viene assolti?
«Il tempo. Il tempo che passa con un processo pendente è una pena. Ti condiziona nella vita personale, nella famiglia, nelle scelte professionali e politiche. Ti porti addosso il sospetto. Anche se sei innocente. Io, dopo l’inizio del processo, sono rimasta ferma per otto anni. Mi sono candidata nuovamente solo dopo l’assoluzione di primo grado».

Da dove si comincia per riformare la giustizia?
«Dalla durata dei processi. È la priorità assoluta. Perché la pena la sconti comunque, indipendentemente dall’esito finale. Poi bisogna affrontare senza pregiudizi temi come la responsabilità dei magistrati e l’attuazione piena dei principi costituzionali. La Costituzione parla di giusto processo, di giudice terzo, di presunzione di innocenza. Finché questi principi non saranno pienamente realizzati, non avremo una giustizia davvero giusta».

Dopo tutto quello che ha vissuto, rifarebbe il sindaco?
«Senza esitazione. Per chi fa politica per passione, il sindaco è la cosa più bella che si possa fare. È il ruolo che ti permette di trasformare una visione in realtà, soprattutto quando si tratta della tua città e della tua comunità. L’amore per la mia terra supera qualsiasi ferita».

Eppure oggi molti amministratori hanno paura.
«È vero. Fare il sindaco è diventato uno dei mestieri più rischiosi d’Italia. Il rischio è che persone capaci e perbene decidano di non impegnarsi più. L’effetto deterrente funziona al contrario: allontana dalla politica chi ha qualcosa da perdere. E questo impoverisce la qualità della nostra democrazia».

Forza Italia continua a essere la casa del garantismo?
«Deve esserlo. Io vengo dalla tradizione democristiana e ho sempre pensato che Forza Italia dovesse essere il punto di riferimento dell’intera area moderata. Non possiamo arretrare sulle battaglie garantiste e sui diritti dei cittadini. Sono parte della nostra identità. Forza Italia ha sempre rappresentato una cultura politica liberale, riformista e garantista».

Il partito vive una fase delicata. Congressi sì o no?
«I congressi sono strumenti importanti quando servono a mobilitare e coinvolgere. Ma oggi la priorità è ritrovare coesione, ascoltare i territori e recuperare il rapporto con gli elettori. Antonio Tajani resta il nostro leader di riferimento. Forza Italia deve tornare a essere il punto di riferimento dell’area moderata, senza perdere la propria identità e la propria capacità di parlare alla società italiana».

Se dovesse riassumere questi diciassette anni in una frase?
«Nessuno può restituirmi quella parte della vita sospesa. Ma oggi, finalmente, posso dire che la verità è stata scritta. E che quella libertà che ho aspettato per diciassette anni è arrivata».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.