Si è chiuso (a gennaio) il sesto fascicolo di questa inchiesta-elastico
Patrizia Martucci, la giudice di Firenze che ha archiviato l’inchiesta più surreale della storia: si interrompe la fisarmonica di Firenze contro Berlusconi
Sarebbe stata una bomba nella campagna del referendum di marzo, se questa notizia fosse arrivata a gennaio, il mese in cui è finita l’ossessione Berlusconi ed è stata archiviata l’inchiesta sui mandanti di stragi che coinvolgeva Marcello Dell’Utri insieme al fondatore di Forza Italia. Invece arriva solo ora ed è comunque una notizia storica. Ancor più di quella che bocciò il processo “trattativa Stato-mafia”. Ci sarà pure un giudice a Firenze, abbiamo invocato più volte su questo giornale.
Ebbene c’è, si chiama Patrizia Martucci, è la gip che ha archiviato l’inchiesta politica più surreale della storia, quella che immaginava Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri come mandanti delle stragi di mafia del 1993. Si è chiuso così il sesto fascicolo di questa inchiesta-elastico, dopo trent’anni di ossessione berlusconiana, quella che Marina chiama con il suo vero nome, “teorema giudiziario e mediatico costruito non con il cemento delle prove, ma con il fango del pregiudizio ideologico”.
In principio fu la procura di Caltanissetta, con il giovane Luca Tescaroli, che poi diventerà nel 2017 procuratore aggiunto di Firenze insieme a Luca Turco, il magistrato più amato da Matteo Renzi. E ci riproverà da lì. Per cinque volte, come una fisarmonica che levava il suo suono stridulo, poi lo spegneva e poi lo lanciava nell’aria di nuovo, se arrivava il finto pentimento di un boss o la testimonianza di un gelataio, l’inchiesta sui mandanti di quelle bombe fu aperta e chiusa. Le bombe non sono quelle di Cosa Nostra del 1992, marchiate con nomi e cognomi dei boss stragisti. Sono quelle più ambigue che colpirono un anno dopo i luoghi d’arte di Roma, Milano e Firenze, dove fu radicata la competenza. Cui si aggiunse anche un mancato attentato allo stadio Olimpico di Roma nel gennaio del 1994, al solo scopo di dare la motivazione politica che ancorasse l’imprenditore Silvio Berlusconi e la sua famosa “discesa in campo” in politica come soggetto principale dell’inchiesta.
In quelle carte c’è scritto nero su bianco che quelle bombe erano state programmate come strumento di pressione sui cittadini che si preparavano alle urne delle elezioni politiche del 28 marzo 1994 per sconfiggere Achille Occhetto con il voto in massa a Forza Italia. L’attentato all’Olimpico con la strage di carabinieri sarebbe stata la ciliegina finale. E il partito che quell’anno cambiò la storia d’Italia sarebbe nato con il marchio infame della mafiosità.
E il primo governo Berlusconi, proprio quello che, nel dissenso del suo gruppo più liberale, si era invece affrettato a rendere definitivo il ricorso all’articolo 41 bis sul carcere duro, avrebbe preso l’impegno di aiutare la mafia. Pare incredibile il fatto che questi magistrati ci abbiano creduto davvero. Ma è andata proprio così, come del resto nel famoso processo sulla trattativa tra Stato e mafia. Persino in un processo parallelo, che si sta svolgendo in Calabria nell’appello-bis dopo la demolizione del suo impianto da parte della cassazione e che si chiama “’ndrangheta stragista”, compare l’ossessione Berlusconi. Le prime indagini erano state svolte dal capo della Dda di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho e dall’aggiunto Giuseppe Lombardo, il quale nelle due requisitorie nei processi di primo e secondo grado aveva spiegato come all’inizio del 1994 Achille Occhetto fosse “l’unico interlocutore di sinistra che ha una capacità aggregante” e come la mafia di Sicilia fosse intervenuta ammazzando in Calabria due carabinieri. Il che avrebbe indotto mezza Italia a votare Berlusconi per bloccare la sinistra. Processi surreali. Ma ora è finita, davvero.
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