La proposta al Pd per il suo scioglimento poteva apparire una provocazione intellettuale, poi le dimissioni, cariche di un’autodenuncia di rara durezza, del suo Segretario ne hanno dato una nuova base di consenso. Il dibattito che si è aperto su di esse, dentro e fuori il partito, danno ora alla proposta un ulteriore e consistente sostegno. Non c’è nulla infatti di ciò che viene detto da coloro che si candidano a riformare il Pd che non sia già stato detto, provato a fare e reiteratamente fallito. Si può partire, se si vuole, dalla stessa vicenda del Segretario dimissionario che fu portato a una straripante vittoria dalle primarie, dall’esperienza di Piazza Grande. È stato scritto da uno dei suoi protagonisti che a parteciparvi erano «molti senza la tessera del Pd, gente di sinistra, ecologisti, intellettuali, femministe, amministratori locali, lavoratori». Perché quel tentativo di riforma è fallito?

In questi ultimi mesi, nell’area del centrosinistra, giornalisti di fama, intellettuali, politici di tutta notorietà, aggregazioni politiche e sociali vicine al partito, movimenti come le sardine, si sono prodigati a descrivere le varie malattie del Pd e a indicarne le terapie. Quandanche se ne dissenta proprio nel fondo, non si può negare che è accresciuta, già prima delle dimissioni, una ricerca sul suo futuro, fino a connotare di sé grandi quotidiani. Il risultato? Niente, niente di niente. E ora è arrivato il fallimento dichiarato dal suo segretario. Non si può allora più sfuggire alla domanda politicamente decisiva sulle sorti di quel partito: perché tutte le sollecitazioni e, se si vuole, i tentativi di riforma sono così totalmente naufragati? È difficile non pensare che esista una causa sovraordinatrice che li ha condannati, che li condanna e li condannerà al fallimento. Questa causa c’è ed è strutturale, inestricabilmente connessa alla sua storia politica e a ciò che è diventato. Il Pd è irriformabile.

Abbiamo imparato da grandi eventi storici che non basta provarci nel tentativo di riformare una organizzazione. Abbiamo imparato che si possono venire costituendo realtà politiche e istituzionali irriformabili. L’Urss è stata a questo proposito il caso più clamoroso e potente. Vale, fatte le debite proporzioni, anche per situazioni assai minori, statuali, istituzionali o politiche che siano. Il Pd è tra queste. Si potrebbe e dovrebbe risalire fino allo scioglimento del Partito comunista italiano per trovare i primi germi, le cause prime di una traiettoria poi arrivata inesorabilmente sin qui. Ma basterebbe soffermarsi sulle più recenti vicende del Pd per vedere venire alla luce gli elementi, la cui composizione lo condannano all’irriformabilità. Uno di questi elementi, quello che da ultimo lo ha caratterizzato a pieno, è stato aggredito proprio dalla nascita del governo Draghi.

Il Pd aveva fatto del suo essere il primo fattore politico di stabilità (una stabilità peraltro impossibile) la sua ragione centrale di esistenza. La governabilità è stata la sua parola d’ordine. Il suo voler essere garante della governabilità ha deciso del suo ruolo nella società e nelle istituzioni, ha definito di volta in volta le sue alleanze politiche, ha costituito il suo collante interno, il terreno della mediazione e dell’intesa tra le sue componenti, tra i suoi potentati. Draghi ha calato su questo sistema un colpo di piccone con la nascita del suo governo. È lui ormai il solo e acclarato garante della governabilità e della stabilità. Il Pd è nudo, quel che resta è la sua costituzione materiale, ma è proprio questa che lo imprigiona nella irriformabilità. Ne preservava l’esistenza politica paradossalmente proprio il suo immobilismo. Ma ora un governo oligarchico, che si porta dentro la mappa del potere costituito e no, ed è aperto a destra, lo destabilizza.

Il Pd non può più vantare il suo essere una garanzia per il sistema politico e la natura del governo che sostiene morde nelle carni del suo corpo. La sua crisi diventa aperta. Ma il punto drammatico è che la via d’uscita non è a disposizione dell’ordinario fare politico perché gli si para davanti proprio la sua irriformabilità. Essa è costituita da un insieme di elementi così pesanti da caratterizzare organicamente il partito stesso. Si è venuta formando in esso una cultura politica propria, specifica, che ha pervaso di sé l’insieme della classe dirigente del partito, anche potendosi appoggiare su una qualche cattiva eredità (la questione del potere del governo) di tutt’altra storia, quella del Pci. La centralità della presenza nelle istituzioni rispetto alla società civile, il tema delle alleanze che sovrasta sino ad annullare quella della propria identità, e il primato assoluto del governo hanno pervaso di sé il gruppo dirigente del partito e sono restate senza un’alternativa politica agibile. È risultato impossibile sottrarvisi se non come pura testimonianza personale.

Lo ha consentito anche un vizio di origine, quando due componenti, caratterizzate da due diverse collocazioni nelle famiglie politiche della tradizione italiana, si sono assemblate nel Pd senza la fondazione di una nuova cultura politica. Si pensi, al contrario, che per dare conto, non dico della nascita di un nuovo partito, ma anche solo di una svolta in esso, quando la politica era forte, si doveva mettere in campo una ricerca che investisse la teoria politica, l’aggiornamento dell’analisi della società e delle sue componenti di classe, le formazioni del senso comune, in una ricerca che doveva giungere fino a misurare l’adeguatezza della struttura organizzativa al nuovo corso. Per tutti, basti ricordare nella storia recente del Movimento operaio italiano, il 1956 della destalinizzazione e della nascita al suo cospetto di una così vasta gamma di revisionismi, da andare dalla destra fino alla sinistra dell’intero campo socialista. Ma il Pd è nato sul politicismo e sull’adattamento ai processi di modernizzazione. La sua adesione alla globalizzazione capitalistica e all’Europa reale lo hanno profondamente segnato.

Privato di un ubi consistam fondativo, trascinato dalla questione del governo nazionale e dalle partecipazioni ai governi locali, il partito è diventato una costellazione di potentati territoriali (ora interpretata dai sindaci, ora dai “governatori”) e di filiere costruite per affinità tra i singoli dirigenti o gruppi di essi. Un vero dibattito politico non è stato mai organizzato. I luoghi della ricerca politica sono stati abbandonati e non sono stati neppure riattivati quando il partito ha dovuto verificare, anche nel voto, il cambiamento della sua base sociale, con la perdita del vecchio e nuovo proletariato fino a potersi definire il Partito delle Ztl. Sull’altro versante, il suo rapporto con la classe dirigente del Paese si è infittito, a partire dalla tendenza crescente delle porte girevoli tra ruoli di direzione del partito, ruoli di governo e incarichi in enti economici pubblici e privati pesanti, sia a livello nazionale che a livello internazionale. La scelta di una forma partito, sostanzialmente americana, leaderistica, vivente più nell’occasione delle primarie per la scelta del leader che nel dibattito politico, e più che nella costruzione e selezione di un gruppo dirigente allargato e riconosciuto, ha chiuso il cerchio.

Questa costituzione materiale del Pd e la sua scissione dalla base sociale popolare e di classe ne impediscono dunque la riforma. Questa costruzione va perciò rimossa se si vuole avviare una riforma della politica, perché essa ne è il fattore impedente. Ci sono momenti in cui in politica sei di fronte a un aut-aut, sono momenti in cui il terzo, in questo caso la riforma dall’interno del partito, non è dato. Devi prima rompere se poi vuoi costruire, per riformare devi prima spezzare l’involucro conservatore che ti porta altrimenti alla consumazione. La proposta dello scioglimento per chi fosse direttamente interessato alle sorti del Pd va considerata, perciò, non come una provocazione, ma come l’indicazione di una chance.

Primo: rimuovere l’ostacolo. Lo strappo è assolutamente necessario per suscitare le forze della rinascita, per liberare le energie che pure esistono ancora nel Pd e nei suoi dintorni, ma che in esso risultano imprigionate. Senza la cesura non può accadere invece altro che ciò che è sempre fin qui accaduto e che cioè, esse finirebbero trascinate nel gioco politicista delle dinamiche interne ai gruppi dirigenti e risulterebbero al fine emarginate o ininfluenti; e all’esterno, il distacco tra il partito e il popolo continuerebbe la sua corsa devastante, dentro il più generale rigetto della politica di una parte crescente e decisiva del popolo. Solo in un processo così radicale potrebbero venire alla luce le forze interessate a quel nuovo inizio di una forza che dall’esterno potrebbe essere definita neoriformista. Compito comunque assai arduo, visto sia il panorama europeo che la realtà sociale, politica e culturale del Paese. Ma senza l’azione d’urto, questo compito neanche può essere intrapreso. Quando fosse avviato, potrebbe disporsi a percorrere anche vie diverse per crescere e svilupparsi.

La prima è, nelle culture del tempo, l’arrivo dall’alto del Federatore. La citazione è d’obbligo. È Mitterrand al Congresso di Épinay che fa nascere il nuovo Partito socialista francese sulle macerie della storica Sfio. Andrebbe tuttavia ricordato che Mitterrand avvia proprio quell’impresa dicendo all’Assemblea costitutiva: «Chi non è contro il capitalismo, esca da questa sala». Al Federatore di cui parliamo sarebbe beninteso richiesto meno, molto meno. L’altra è la via maestra, anche per una formazione che si volesse neoriformista. È quella della costruzione dalla società civile di un processo costituente. Sarebbe la chiamata a parteciparvi a tutti e a tutte quelle che hanno idee, cose ed esperienza da far valere nella società, nella cultura, nella politica, nell’associazionismo, nell’arte, nel conflitto sociale, purché interessate all’impresa. Sarebbe la costituzione di una rete, un sistema di rapporti in cui devolvere dissolvendole, senza mantenere alcuna rendita di posizione, anche le storie interne al partito disciolto.

Da una potente scossa in questo campo, giacché investirebbe la politica tutta, credo ne trarrebbe sollecitazioni utili anche chi sta fuori e lontano da esso. Perché la grande questione della rifondazione della politica è ormai squadernata di fronte a tutti. Essa è provocata, in basso, nel profondo della società, da una crisi sociale e civile drammatica e, in alto, dall’affermazione delle oligarchie senza un’efficace opposizione ad essa. Le forze critiche, quelle anticapitalistiche, su un versante diverso da quello indagato, non possono neppure loro sfuggire alla grande contesa.

Politico e sindacalista italiano è stato Presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008. Segretario del Partito della Rifondazione Comunista è stato deputato della Repubblica Italiana per quattro legislature ed eurodeputato per due.