La vicenda del sindaco di Marigliano Antonio Carpino, arrestato da candidato in pectore del Partito democratico per le elezioni amministrative di settembre, porta alla ribalta la questione delle interferenze oggettive che esistono tra l’azione della magistratura volta a tutelare la legalità e i processi politico-democratici. Entrambi trovano nella Costituzione una cornice e un limite e i due circuiti – quello dell’indirizzo politico e quello della garanzia – devono trovare un equilibrio. Che notoriamente, però, si è incrinato dalla fine degli anni ‘80 a tutto svantaggio della politica. L’uso estensivo della carcerazione preventiva, del resto, non aiuta acché la politica si assuma le proprie responsabilità e compia autonomamente le sue valutazioni: chi oggi se la sentirebbe di candidare e provare a far eleggere un arrestato, se appare già molto improbabile candidare un indagato il cui status fosse noto alle cronache?

E così non solo agli arrestati (presunti innocenti, lo vogliamo ricordare), ma anche agli indagati non resta che farsi da parte giacchè sanno che ogni resistenza sarebbe inutile. Accade poi che spesso gli impianti accusatori facciano acqua da tutte le parti. Valga per tutti l’esempio, recente in casa Pd, di Giosi Ferrandino, allora sindaco di Ischia, che fu arrestato nel 2015 e poi assolto con formula piena, attualmente parlamentare europeo. Ma quanti sono i casi di politici che, dopo aver perduto posizioni, reputazione e onore, riescono o se la sentono di tornare in attività come ha fatto orgogliosamente Ferrandino? Alla politica non resta dunque altro che prendere atto delle risoluzioni della magistratura? Se fosse così ci sarebbe da augurarsi che le compia con alto senso di responsabilità. Ma forse non è così.

Intanto si noti che, se Carpino non si fosse ricandidato, oggi sarebbe un uomo libero in quanto l’arresto è stato motivato con il rischio della reiterazione di reati (per fatti risalenti al 2014 e 2015), che presuppongono – valutazione veramente discutibile – un processo elettorale in corso. La vicenda lascia comunque l’amaro in bocca. Carpino, penalista edotto della materia, affronterà come un uomo libero l’eventuale processo perchè col passo indietro verranno meno le esigenze cautelari. Intanto non si ricorda da molti anni a questa parte un’ondata di attestazioni di stima e di affetto da parte dell’opinione pubblica e di tanta parte del ceto politico come in questo caso, non solo, è la sensazione, per la prova da amministratore. Prescindendo dal merito della vicenda – di cui sappiamo pochissimo – e delle persone, si tratta forse di un segno che le persone cominciano a guardare con maggior disincanto alle azioni della magistratura e che la cultura del sospetto comincia a mostrare la corda.

In fondo chi potrebbe dirsi assolutamente sicuro di chiunque davanti alle roboanti affermazioni e agli affilati giudizi messi usualmente nero su bianco dai magistrati? Ecco che si tratta di una questione più che altro cognitiva: siamo davanti a un mutamento significativo dell’opinione pubblica, ormai più scaltrita da anni di retoriche giustizialiste e flop giudiziari? La questione vera allora sarebbe quella dei rapporti tra politica e magistratura nell’età dell’antipolitica (e della sua crisi). Il comunicato ufficiale del partito di Carpino non sembra farsi veicolo di un approccio più problematico. Sarà un ulteriore portato di quell’apertura alla società civile propugnata dal segretario napoletano Marco Sarracino e dal presidente Paolo Mancuso, da sempre strettamente imparentata con il trionfo del giustizialismo e con l’abdicazione della politica, sarà forse altro. In ogni caso il primato della politica e la tutela della legalità possono – e debbono – non essere in contrasto. A ciascuno il suo. In fondo è quello che chiede la Costituzione fissando la separazione dei poteri, fondamento dello Stato di diritto.