C’è un’imprenditrice in Italia che guadagna e cresce. Decide di non portarsi a casa gli utili della sua società, ma di lasciarli in azienda.Quei soldi potranno servire per investire, assumere, comprare un macchinario, attraversare un momento difficile o semplicemente rendere più solida l’impresa. Se quegli investimenti funzioneranno, produrranno altro lavoro, altro reddito e, inevitabilmente, anche altre tasse. L’imprenditrice, personalmente, non incassa nulla, ma l’INPS le chiede i contributi anche su quei soldi. È da vicende come questa che nascono una serie di sentenze depositate dalla Corte di cassazione il 16 e il 17 settembre scorso.

Il tema sembra destinato a commercialisti, avvocati e cultori della previdenza. In realtà racconta qualcosa di molto più grande del contributo dovuto da un socio di Srl. Racconta di un Paese nel quale si è progressivamente alterato il rapporto di reciprocità tra quello che chiediamo a chi oggi produce reddito e quello che restituiamo, o almeno lasciamo, a chi dovrebbe produrre la ricchezza di domani.

La questione giuridica, almeno in apparenza, non era particolarmente complicata: la legge stabilisce che i contributi degli iscritti alle gestioni artigiani e commercianti siano calcolati sulla «totalità dei redditi d’impresa denunciati ai fini IRPEF». Sono poche parole e sono anche abbastanza chiare. Per il diritto una Srl è un soggetto diverso dal proprio socio. Se la società produce un utile, quell’utile appartiene alla società. È la società che lo dichiara e che paga l’Ires. Se poi quell’utile viene lasciato in azienda, continua a far parte del suo patrimonio e può essere utilizzato per finanziare l’attività.

L’INPS aveva sostenuto una lettura diversa: poiché il socio lavorava nell’azienda ed era iscritto alla gestione commercianti, anche la quota di utile della Srl riferibile alla sua partecipazione avrebbe dovuto concorrere alla determinazione dei contributi, pur quando quell’utile non gli fosse stato distribuito.

Ci sono voluti anni e un lavoro dei tribunali che avremmo potuto risparmiarci per far arrivare la questione davanti alla Cassazione.La Corte ha affermato un principio che dovrebbe essere ovvio: l’obbligo di iscriversi alla gestione commercianti è una cosa, stabilire su quale reddito debbano essere calcolati i contributi è un’altra.

E soprattutto ha riportato la discussione alle parole scelte dal legislatore: il reddito utile al calcolo dei contributi deve essere fiscalmente imputato alla persona fisica e dichiarato ai fini IRPEF. A leggerla così viene spontaneo domandarsi perché sia stato necessario arrivare fino in Cassazione, ed è forse questa la domanda più interessante.

Noi giuristi trascorriamo anni a studiare categorie, soggetti giuridici, patrimoni separati, tipi di reddito, presupposti d’imposta. Spieghiamo ai clienti che una società di capitali non coincide con i propri soci, che il reddito della società non è automaticamente il reddito della persona fisica, che l’Ires è una cosa e l’Irpef un’altra. Poi, quando entra in gioco la contribuzione previdenziale, quelle categorie sembrano improvvisamente diventare meno rigide.

Il problema non riguarda soltanto gli imprenditori che hanno pagato contributi non dovuti, riguarda anche noi professionisti. Perché il diritto ha valore se consente a una persona di leggere una norma, affidarsi ragionevolmente al suo significato e organizzare di conseguenza la propria vita e la propria attività economica. Se invece il significato delle norme tende ad allargarsi ogni volta che emerge un’esigenza finanziaria, il nostro lavoro cambia natura. Non siamo più chiamati soltanto a spiegare al cliente cosa prevede la legge, dobbiamo spiegargli cosa prevede la legge e poi tentare di immaginare fino a dove l’amministrazione proverà a spingersi nell’interpretarla.

Per un avvocato non è una distinzione da poco. Per un imprenditore ancora meno. Per un’economia moderna è un problema enorme, perché la certezza delle regole è una delle condizioni sulla base delle quali si decide se investire, assumere e rischiare capitale. Ma a questo punto sarebbe troppo facile prendersela soltanto con l’INPS. L’INPS amministra un sistema che al 1° gennaio 2026 contava oltre 21 milioni di prestazioni pensionistiche, per un importo complessivo annuo di circa 353,5 miliardi di euro. Lo fa in un Paese nel quale gli ultrasessantacinquenni sono ormai 14,8 milioni, il 25,1 per cento della popolazione, mentre le persone tra i 15 e i 64 anni continuano a diminuire. Per incidenza degli over 65, l’Italia è il Paese più anziano dell’Unione europea.

Abbiamo costruito nel tempo un sistema nel quale una parte molto rilevante delle risorse prodotte da chi oggi lavora viene utilizzata per finanziare le prestazioni di chi dal lavoro è già uscito. È la logica stessa di un sistema previdenziale a ripartizione, ma nel nostro caso quella logica deve sopportare anche una lunghissima transizione da un sistema pensionistico profondamente iniquo verso le generazioni future. Ancora oggi vengono pagate pensioni calcolate con il metodo retributivo o misto. Il sistema contributivo ha progressivamente rafforzato il rapporto tra quanto viene versato durante la vita lavorativa e quanto verrà ricevuto una volta in pensione, ma la transizione tra i due modelli richiede decenni. 

Per decenni lo Stato ha assunto impegni previdenziali secondo regole diverse da quelle che oggi vengono applicate alle generazioni più giovani. Quegli impegni devono essere rispettati da una società che, nel frattempo, è diventata molto più vecchia e nella quale diminuisce la popolazione in età lavorativa. Il sistema oggi risulta insostenibile ed iniquo al punto tale che è legittimo chiedersi se esista ancora una ragionevole reciprocità tra ciò che chiediamo alle diverse generazioni e alle diverse componenti della società. Mentre il sistema deve proteggere chi dal lavoro è già uscito, continua contemporaneamente a chiedere moltissimo a chi quella ricchezza deve produrla. Non soltanto agli imprenditori, ma anche ai lavoratori. Nel 2025, per un lavoratore single con retribuzione media, il peso complessivo di imposte e contributi rispetto al costo sostenuto dal datore di lavoro è stato in Italia del 45,8 per cento. La media dei Paesi OCSE è del 35,1 per cento. L’Italia è quinta tra i 38 Paesi dell’organizzazione.

Qui il problema della reciprocità diventa evidente: uno Stato può chiedere molto ai propri cittadini, in alcuni casi deve farlo; ma quanto maggiore è ciò che chiede, tanto più forte dovrebbe essere ciò che restituisce: servizi, infrastrutture, sanità, istruzione, certezza delle regole, opportunità di crescita e soprattutto condizioni che consentano a chi lavora e investe di produrre altra ricchezza. Quando invece una parte crescente delle risorse disponibili viene assorbita dal mantenimento degli impegni del passato, il rischio è che a essere sacrificato sia ciò che dovrebbe finanziare il futuro.

Il problema previdenziale diventa inevitabilmente anche politico: un italiano su quattro ha più di 65 anni, è una parte enorme della società e, inevitabilmente, dell’elettorato. Intervenire su una pensione esistente, limitarne la crescita o anche soltanto mettere in discussione una regola acquisita, seppur ingiusta, produce un costo immediato, visibile e politicamente sensibile. Il costo imposto a chi produce funziona diversamente: un punto in più di contribuzione non porta in piazza l’impresa che non nascerà; non conosceremo mai il ragazzo che avrebbe provato ad aprire una società ma che, dopo aver fatto i conti tra imposte, contributi, burocrazia e rischio personale, ha preferito lasciar perdere.

Questi costi esistono, ma non hanno una voce e soprattutto non pesano elettoralmente. Non occorre immaginare che qualcuno all’INPS si sia seduto a un tavolo dicendo: dobbiamo interpretare diversamente questa norma per pagare le pensioni. Sarebbe una ricostruzione suggestiva, ma indimostrabile. Il meccanismo è più semplice: abbiamo costruito un sistema che ha un enorme bisogno strutturale di risorse. In un sistema del genere ogni interpretazione che amplia la base contributiva produce maggiori entrate.

Così diventa molto più facile cercare un altro euro da chi continua a produrre che discutere dell’euro che continuiamo a spendere. Il caso degli utili delle Srl sembra quasi costruito apposta per mostrare il paradosso: un imprenditore decide di non portarsi a casa l’utile, lo lascia nella propria azienda, rinuncia al consumo immediato, patrimonializza l’impresa, conserva capitale a disposizione dell’attività produttiva. È esattamente il comportamento che un Paese con imprese spesso troppo piccole e sottocapitalizzate dovrebbe incoraggiare.

Eppure per anni si è preteso di calcolare ulteriori contributi proprio su quelle somme. L’augurio è quello di una presa di coscienza, soprattutto da parte di chi continua a beneficiare di un sistema che si sta auto sabotando.

Avv. Paolo Maria Cesiano

Autore

Dottore Commercialista