Attivo dal 2011 nei suoi 1250 metri quadri, Wow Spazio Fumetto di Milano è il più grande spazio espositivo dedicato al fumetto, all’illustrazione e alla graphic novel d’Italia. È una realtà di quelle che incontri a New York e a Berlino. Ci trovi esposizioni permanenti e temporanee, eventi culturali, laboratori interattivi aperti alle scuole, una caffetteria e una biblioteca ad accesso libero dove arrivano volumi, quotidiani e periodici per oltre novemila titoli. Studenti, curiosi, turisti entravano spesso. Ottantamila ogni anno, gran risultato per un museo verticale.

Entravano. Perché adesso c’è il covid e Wow è diventato Sigh. O se preferite, Sniff. Rimane chiuso. E siccome si autofinanzia grazie alla biglietteria (si paga solo per le esposizioni temporanee al secondo piano) la gestione chiede di accedere ai benefici di legge, in virtù della sua attività museale, culturale ed educativa. Rimanere chiusi, in tempi di Covid, sta già costando 140.000 euro. La direzione lo ha chiesto al Mibact, a Roma. Risposta del Ministero: niente di niente. Perché il Wow non esiste. O meglio, esisterà pure, ma chissà cos’è. Non è un ente riconosciuto. Non corrisponde a un codice, è un ircocervo per il Collegio Romano.

«Codesto ente non rientra tra i musei e i luoghi della cultura che espongono beni culturali», l’incredibile missiva dettata da un burocrate, che specifica: «Luogo espositivo di cose prive della qualità di bene culturale». Eppure così non è, e i numeri sono lì a dimostrarlo. In Italia si leggono sempre più fumetti. Nelle librerie gli spazi dedicati aumentano. Ed è un linguaggio che unisce le generazioni e che può dire tutto. «Sono parole offensive, queste del Ministero. E arroganti. Perché il fumetto in Italia è popolare dagli anni Sessanta. È un medium per mezzo del quale vive una narrazione, che con la graphic novel arriva al giornalismo», ci dice il direttore Luigi Bona, Presidente della Fondazione Franco Fossati che gestisce il museo. «Il decreto ristori prevede per tutti gli enti culturali non statali di accedere a una forma di aiuto. E ci hanno escluso perché i nostri beni non sono tutelati dalla sovrintendenza. Ma noi tra le centinaia di migliaia di pezzi conservati abbiamo fumetti storici di grande valore. Li avremmo dovuti registrare con la sovrintendenza, così oggi avremmo avuto accesso ai benefici del decreto», chiosa Bona, che tira in ballo Franceschini: «Deve stare attento quando fa un decreto a non essere discriminatorio. Perché dividere gli enti culturali in serie A e serie B non è mai corretto. Chi lo ha deciso che grandi storie come quelle della Marvel o della Disney, grandi artisti come Pino Zac o Sergio Staino non meritino di essere esposti?», si chiede.

La vita reale è spesso più paradossale dei fumetti, la burocrazia più surreale di un fantasy. Se chiude il Wow, chiude l’unica realtà italiana nella valorizzazione della narrazione illustrata. «A Parigi, per far chiudere il più diffuso e fastidioso periodico a fumetti, sono entrati i terroristi e ne hanno ucciso i disegnatori», ci ricorda Bona. «Perché il fumetto arriva a tutti, parla con chiarezza e si fa ricordare a lungo», conclude. E rivolge tramite il Riformista un invito al ministro Franceschini: «Ci venga a trovare, tocchi con mano la realtà dove bambini, genitori e anziani tornano a sognare». Le matite sono pronte. Speriamo firmino, a fine storia. In tempi tanto duri, servono happy end.