Dunque la giustizia non funziona perché c’è troppa gente che fa appello. Non tutti lo dicono proprio apertamente (alcuni, i più disinibiti, sì): ma la teoria è appunto che la giustizia sarebbe affaticata per colpa dei troppi che impugnano le decisioni di cui sono insoddisfatti. E di qui il vagheggiamento, ma spesso proprio la proposta, di ridurre ulteriormente la possibilità che il cittadino chieda la riforma di un provvedimento ritenuto ingiusto.

È pur vero che i processi sono tanti (ma sono tanti anche perché c’è una selva di leggi che incriminano tutto), ed è vero che gestirli efficacemente è difficile. Ma dietro lo schermo tecnico di queste rappresentazioni lavora oscuramente una concezione speciale e inconfessabilmente incivile della giustizia, e cioè l’idea che la difesa non costituisca un diritto da proteggere ma una specie di riprovevole insubordinazione che bisogna reprimere: l’atto di rivolta compiuto da chi osa non piegare la testa davanti alla celebrazione di un rito che si pretende impassibile. Chi chiede un secondo giudizio è dunque responsabile di una duplice colpa: quella di non accettare l’esito del processo, e quella di contribuire in tal modo ad aggravare il lavoro dei magistrati impedendogli di fare giustizia come si deve. Naturalmente, si spiega, con pregiudizio dei cittadini onesti, chiamati a pagare per l’intasamento provocato dai malvissuti che depositano ricorsi per conseguire impunità.

Il fatto che la Costituzione della Repubblica dica che la difesa è un diritto inviolabile importa abbastanza poco. Così come è trascurabile la precisazione che quel diritto è inviolabile “in ogni stato e grado del procedimento”. Eliminiamolo, il diritto di ricorrere, di fare appello; e pace, poi, se a quel punto la nostra legge suprema proteggerà un diritto ridotto a un simulacro, perché non ha più nessuna sede di esercizio. Hai il diritto di pregare, ma ti smantello le chiese.

La verità è che l’esistenza di quel diritto è assai mal sopportata, e quel che si suggerisce è che ad esercitarlo possa essere a tutto concedere l’innocente, così trascurando di considerare che innocenti, sempre per Costituzione, devono essere ritenuti tutti almeno sino alla decisione definitiva. Un impiccio insopportabile, per alcuni, e infatti la loro pretesa è che diventi definitiva la decisione unica, un colpo e via.

Il sospetto che il diritto di impugnare una sentenza protegga un bene più vasto e importante, e cioè che lo Stato non sia sfrenato e incontrollabile nel suo potere di infliggere la violenza del processo e della pena, è completamente estraneo agli intendimenti dell’apostolato giudiziario. Si preoccupano della possibilità che il colpevole la faccia franca, e sono indifferenti davanti alla certezza che con la preclusione del diritto di difesa è l’ingiustizia di Stato a farla franca.