Acqua alta in piazza san Marco, Giampiero Artegiani, festival di Sanremo del 1984. Era ancora relativamente fresco il ricordo dell’ “aqua granda”, l’alluvione del novembre 1966, quando il livello raggiunse il valore massimo registrato a memoria di Veneziano, 195 cm.  Stavolta è andata solo un po’ meglio, 187, ma in pratica questa piccola differenza è irrilevante. L’80% di Venezia fu sommerso allora, l’80% è stato sommerso adesso. Eh sì, perché il piano di calpestio è solo di pochi cm sopra il livello dell’acqua. D’altronde, da contratto matrimoniale, la sposa deve stare accanto allo sposo nella buona e nella cattiva sorte, anche se quello a volte è invadente. Lo sposalizio col mare comporta degli inconvenienti… Ma la gente si domanda: «come fa il mare a sollevarsi e a sommergere per ore la città? Di solito, quando c’è una mareggiata e l’acqua allaga la costa, lo fa ad ondate: l’acqua arriva e si ritira, poi arriva di nuovo e si ritira un’altra volta. Se resta sulla terraferma un po’ più a lungo, è solo perché sopraggiunge una nuova onda che impedisce momentaneamente alla precedente di retrocedere verso il mare. Invece, piazza San Marco sembra una grande piscina. Non ci sono onde, l’acqua è stagnante. In apparenza, non avanza, né retrocede».  Proprio così. Vediamo perché.

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I giornali e le televisioni ci parlano dell’alta marea, ovvero del sollevamento delle acque dovuto all’attrazione gravitazionale della Luna. È vero, l’effetto di marea c’è, ma in Adriatico non ha certo l’ampiezza di quelle in Normandia. E oltretutto, se dipendesse solo dalla Luna, come si studia sui libri di scuola, l’acqua alta si verificherebbe (in misura maggiore o minore, perché anche il Sole contribuisce) ogni 12 ore. Quindi marea lunare sì, ma non solo. Ci sono altre due concause dell’acqua alta in laguna, di cui una è solitamente sottintesa, l’altra taciuta: il vento e le sesse.
La faccenda del vento è presto detta. Osserviamo la cartina dell’Adriatico. Ad uno sguardo sommario ci appare come un rettangolo che ha, per lati maggiori, la costa italiana da una parte e quella croata e montenegrina dall’altra; uno dei lati minori è rappresentato dalla costa Veneto-Friulana e l’altro lato minore, che non è propriamente un lato, ma piuttosto una strozzatura, è il restringimento del Canale d’Otranto. In questo specchio d’acqua, lungo 800 km e largo 150, ci sono irregolarità come le isole Croate e le protuberanze del Gargano e dell’Istria, ma sono dettagli poco rilevanti: l’Adriatico, a tutti gli effetti pratici, è una grande bacinella, orientata come lo stivale. Il vento proveniente da sud-est, lo Scirocco, ci entra dentro che è una bellezza. E stavolta spirava a tutta forza, ad oltre 100 km/h. Provate a soffiare forte in una bacinella e vi accorgerete che si formerà un’onda nella direzione del soffio. Fate soffiare lo Scirocco e avrete un’onda gigantesca che si muove verso Venezia! Ok, e le sesse? Prendete la stessa bacinella rettangolare e scuotetela un po’. Vedrete delle altre onde, non dovute al vento, o non necessariamente dovute al vento. Piccole onde rapide oscilleranno tra i lati lunghi (sesse minori): partiranno da uno dei lati lunghi e si muoveranno verso il lato lungo opposto, sbattendoci contro e tornando indietro. Grandi onde lente oscilleranno invece tra i lati corti (sesse maggiori). Queste ultime sono quelle che ci interessano. Grandi onde lente che si muovono dal Canale di Otranto verso la laguna.
Ed ecco spiegata l’acqua alta e le sue caratteristiche. Quando la marea lunare solleva il mare, se simultaneamente arrivano l’onda sospinta dallo Scirocco e la sessa maggiore proveniente dal canale d’Otranto, si verifica la “tempesta perfetta”. L’onda complessiva sarà data dalla sovrapposizione dell’onda di marea lunare, dell’onda di Scirocco e dell’onda di sessa maggiore. I tre effetti, che singolarmente non causerebbero grandi problemi, si compongono in sinergia e generano l’acqua alta.

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Detto questo, si capisce anche perché l’acqua (così) alta sia un evento eccezionale. Si devono verificare le circostanze per cui contemporaneamente le tre onde diano ognuna il suo massimo contributo. Capita di rado, ma capita.  Quando si è deciso di non aspettare più inerti ed inermi la prossima inondazione, si è progettato il MOSE, acronimo di Modulo Sperimentale Elettromeccanico che, al pari di quello accentato che aveva diviso le acque del Mar Rosso, avrebbe dovuto dividere le acque della laguna da quelle del resto dell’Adriatico. L’accentato parlava con Dio e divideva le acque col tocco del suo bastone pastorale. Il non accentato dialoga coll’ingegner Alberto Scotti, che lo ha progettato e realizzato, e divide le acque con una serie di paratie mobili che possono essere sollevate a comando per fare contro il (fiotto) nemico una barriera, come l’esercito sabaudo sulla linea del Piave, o come i Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia. Tuttavia, la settimana scorsa il MOSE non è stato sollevato, nonostante l’allerta. Perché? Il motivo è che l’ingegner Scotti ha sì grandissime capacità tecniche, ma non minimamente paragonabili a quelle di Dio, e quindi non si è sentito di tentare il miracolo di fermare l’onda con un sistema ancora incompleto. Comportamento questo che gli è stato rimproverato da alcuni, ma non da quelli che sanno che un’ambulanza non può correre al soccorso, finché non gli si è montata anche la quarta ruota. E al MOSE la quarta ruota manca, cioè l’ultimo 6% di barriere che ostruirebbero il passaggio all’onda distruttrice.  Per fortuna, ormai manca un anno e soli 400 milioni di euro. Soli? Ce li avessi io! Sì, soli, rispetto agli oltre 5 miliardi già spesi. O, meglio, in parte spesi e in parte mangiati.
Ad ogni modo, questo MOSE s’ha da fare. Funzionerà? Non funzionerà? I modelli e le simulazioni ci dicono di sì, anche se un fisico sa che, nelle simulazioni, ci possono essere variabili nascoste che sono state trascurate, o almeno sottostimate. Ma ormai non c’è un piano B. Dobbiamo puntare sul MOSE. E a quanti sostengono che aver buttato tanti soldi non è un buon motivo per buttarne altri ancora, rispondo con la storiella del matto che, volendo fuggire dal manicomio circondato da dieci recinzioni, dopo averne scavalcate nove, sentendosi stanco decide di rinunciare e tornare indietro.