Non so quanti italiani seguano realmente le vicende legate alla riforma della legge elettorale. A naso credo che la cerchia sia ristretta ai candidati e agli aspiranti candidati alle prossime elezioni politiche. A conferma di questa tesi, che non è affatto surreale od astratta, è appena sufficiente fare piccoli sondaggi nei vari luoghi di aggregazione popolare del nostro paese per rendersene conto. Nessun cittadino – salvo, forse, rarissime e sempre possibili eccezioni – è in grado di evidenziare quali sono gli aspetti decisivi di questa ennesima riforma della legge elettorale. Eppure, come diceva già in tempi non sospetti – cioè nella prima repubblica – uno statista ed un leader democristiano, Carlo Donat-Cattin, “la legge elettorale è la madre di tutte le riforme”. E, non a caso, con le leggi elettorali nascono e muoiono partiti, decollano o tramontano leader e capi politici e, soprattutto, si formano o scompaiono antiche alleanze e nuove coalizioni. Per queste ragioni, semplici ma essenziali, le leggi elettorali sono un fatto di straordinaria importanza per l’equilibrio politico di un paese e per la stessa qualità della nostra democrazia.

Al riguardo, e al netto di tutte le leggi che si sono succedute dopo il tramonto della prima repubblica ad opera della magistratura, non c’è alcun dubbio che la legge elettorale che ha disciplinato e caratterizzato la politica italiana per quasi 50 anni è stato il miglior congegno che ha permesso al nostro palese di esaltare alcune ragioni di fondo a conferma della qualità della democrazia italiana. Almeno per 3 ragioni di fondo. Innanzitutto attraverso il sistema proporzionale si è salvaguardato il pluralismo politico, culturale e sociale nel nostro paese. Un dato, questo, che non sempre è stato sufficientemente valorizzato dal 1993 in poi. In secondo luogo, con le preferenze multiple si è permesso al cittadino/elettore di potersi scegliere concretamente e direttamente il suo rappresentante in Parlamento. Una strada, questa, che ha garantito ai vari segmenti sociali del paese di essere in Parlamento. Certo, il tutto avveniva attraverso l’azione e la presenza di partiti fortemente popolari, radicati nella società ed espressivi del pluralismo presente nella società italiana. Oggi tutto ciò semplicemente è scomparso a vantaggio di partiti che si sono progressivamente trasformati in cartelli elettorali o, peggio ancora, in partiti personali alle strette dipendenze del rispettivo capo partito.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, proprio attraverso il sistema elettorale proporzionale si è potuta garantire la governabilità del nostro paese. Certo, nella prima repubblica ci sono stati molti governi ma, comunque sia, la stabilità del sistema è sempre stata garantita. Soprattutto attraverso la coerenza del progetto politico di fondo e una spiccata, qualificata ed autorevole cultura di governo. Insomma, tre ragioni che portano ad una semplice conclusione. E cioè, il migliore e, soprattutto, il più democratico sistema elettorale continua ad essere quello teorizzato e praticato nella prima repubblica individuato e coltivato dalla Democrazia Cristiana. A volte dal passato si possono ancora raccogliere le migliori ricette per salvaguardare, rafforzare e consolidare i principi e i valori democratici e costituzionali.