Il signor Davide Paitoni, che la notte di capodanno ha ucciso il suo bambino di sette anni, è passato dalla detenzione domiciliare a quella in carcere. Anche l’avvocato Giancarlo Pittelli, che però non ha accoltellato né ucciso nessuno, ha avuto una sorte simile, da casa al carcere per un grave reato. Ha scritto una lettera. Così vanno le cose, nell’italica amministrazione della giustizia. Litigiosità e scarsa comunicazione fra toghe, burocrazia sciatta e poco attenta, da una parte. Accanimento politico-giudiziario che rende l’Italia simile ai peggiori regimi totalitari, dall’altra.

C’è un po’ di tutto il peggio della “normalità” malata nell’amministrazione della giustizia, nella vicenda finita in tragedia che ha visto protagonista Davide Paitoni, la sua famiglia e lo sfortunato bambino. Ma c’è molto di più nella storia di Giancarlo Pittelli, il quale porta, prima di tutto, sul suo corpo le stimmate di due peccati originali. Perché è un avvocato penalista in terra di ‘ndrangheta, quindi, secondo una vulgata in voga prima ancora che nell’opinione pubblica proprio tra le toghe, appare sempre un po’ complice del reato di cui sono indagati o imputati i suoi assistiti. Il suo secondo peccato coincide con il suo ruolo politico svolto in passato in Parlamento. Il che lo ha già moralmente condannato con sentenza definitiva, fin da quando il procuratore Nicola Gratteri, quello che lo aveva coinvolto e fatto arrestare nel blitz del 19 dicembre 2019 nell’inchiesta Rinascita Scott, aveva detto con convinzione che il legale calabrese era “l’anello di congiunzione tra il mondo di sopra e il mondo di sotto, il raccordo tra la mafia e la società civile, tra la mafia e la massoneria”.

Con questi due fardelli sulla sua reputazione, Giancarlo Pittelli parte già svantaggiato persino rispetto a persone accusate di omicidio. Il suo infatti è un gravissimo reato associativo, e si chiama concorso esterno in associazione mafiosa. È cioè quello che non esiste se non in giurisprudenza (ma qui non siamo in regime di common law, quindi i precedenti non dovrebbero far testo), quello che per poter essere contestato costringe il magistrato a mettere insieme due diversi articoli del codice penale, il 416 bis e il 110. Più gravi del 575 che punisce gli assassini? Sul caso di Davide Paitoni si sono esercitati diversi commentatori, nei giorni scorsi. Per piangere un povero bambino innocente, il piccolo Daniele, il cui funerale si svolgerà proprio oggi a Gazzada Schianno, il Comune in provincia di Varese in cui risiede la sua mamma. Qualcuno anche per domandarsi se fosse stata valutata bene la capacità genitoriale di quel papà, prima di affidargli il bambino per alcuni giorni di vacanza, e il vice presidente vicario del tribunale di Milano, Fabio Roia, per chiedere al riguardo un intervento del legislatore. Altri sono entrati nel garbuglio dei rapporti tra procura di Varese e ufficio del gip.

Ormai, dopo tutto quel che si è saputo dal libro “Il Sistema” di Palamara e Sallusti, i conflitti tra magistrati sono considerati, più che ordinaria dialettica processuale, la sciagurata “normalità” di una magistratura malata. Quel che però aggrava la malattia è la tendenza a criminalizzare il giudice, specie se è donna e specie se garantista, in favore dell’ufficio del procuratore. È accaduto nei primi giorni successivi al disastro della funivia del Mottarone, sta capitando di nuovo ora a Varese. Dove a quanto pare due diversi filoni d’inchiesta che riguardavano la stessa persona hanno proceduto come due rette parallele, quelle che non si incrociano mai. Così le denunce che nel marzo dell’anno scorso la moglie e il suocero di Davide Paitoni avevano presentato per lesioni e minacce non si sono mai concretizzate in un vero allarme da “codice rosso”. E allorché lo stesso personaggio il 26 novembre è stato arrestato in flagranza dopo che aveva ferito con un coltellino un suo collega di lavoro nel corso di una colluttazione, sarà lo stesso pm a chiedere la custodia cautelare al domicilio e non in carcere. Ora la procura precisa di averne segnalato la “pericolosità sociale”, anche se poi la Gip ne ha disposto la custodia preventiva per un altro motivo, il timore dell’inquinamento probatorio.

Ora, se c’è una qualche ragione, anche per noi che denunciamo ogni giorno l’inutilità e la perniciosità del carcere, per allontanare, separare e forse rinchiudere, è proprio nei casi in cui una persona si riveli pericolosa per l’incolumità fisica altrui. Se il signor Paitoni era un violento, non solo non gli si doveva affidare un bambino, ma neanche lasciarlo in casa e consentirgli di mantenere rapporti con la moglie da cui si stava separando nella consueta situazione di conflitto. E forse gli stessi familiari avrebbero potuto essere più prudenti. Ma sul ferimento del collega non c’è chiarezza sulla dinamica dei fatti, e sulle denunce della moglie e del suocero non era stata riscontrata una situazione di vero pericolo per la loro incolumità. Tutto ancora da chiarire, e chissà se basteranno gli ispettori della ministra Cartabia. Permettiamoci però di dire che, se non fosse per la doverosa commozione per la morte atroce di un bambino, tutti questi commenti che ancora inondano giornali, tv e social, sono eccessivi.

Qualcuno dovrebbe invece domandarsi se Giancarlo Pittelli sia pericoloso quanto Davide Paitoni. Se qualcuno lo abbia mai visto minacciare o accoltellare. Perché debba stare rinchiuso come una belva feroce per aver scritto una lettera a una parlamentare, cosa consentita anche ai detenuti in carcere in regime di 41 bis, l’articolo dell’ordinamento penitenziario che rende la detenzione “impermeabile” ai rapporti con l’esterno. Avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione, dicono in coro le tre giudici di Vibo Valentia che lo hanno arrestato per la terza volta e il tribunale del riesame che il 28 dicembre scorso ha confermato la revoca dei domiciliari perché la sua corrispondenza non era “tracciabile”.

Il testo di quel grido di disperazione che Pittelli aveva inviato alla ministra e parlamentare ritenendola un’amica è stato considerato dalle giudici così eversivo da far loro sentire la necessità di inserirlo per intero nell’ordinanza di custodia in carcere. “Sono detenuto in ragione di accuse folli formulate dalla procura di Gratteri ed asseverate dalla giurisdizione asservita”, c’era scritto. Sicuramente parole “eversive”. Perché nel regime della normalità giudiziaria si va subito ai domiciliari, anche su richiesta del pm, dopo un accoltellamento, e in carcere dopo un omicidio. Nel regime dei sacrari dell’antimafia invece, si conquistano i domiciliari dopo almeno un annetto di carcere speciale, poi si torna in galera per aver scritto una lettera “eversiva”.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.