«Il progetto che è passato in comitato necessita di un aggiornamento dal punto di vista della vulnerabilità sismica. Noi abbiamo appaltato questa indagine e si concluderà a brevissimo. Comunque non tutti i pareri sono pervenuti, manca quello della Sovrintendenza». Così il provveditore interregionale alle Opere pubbliche, Giuseppe D’Addato, risponde a proposito delle sorti dei dodici milioni di euro stanziati circa tre anni fa dal Ministero delle Infrastrutture per procedere ai lavori di ristrutturazione di quattro padiglioni del carcere di Poggioreale e a proposito dei tempi che ancora ci vorranno per poter passare dalle parole ai fatti. Il perché di una così lunga attesa ancora non è chiaro. D’Addato ha assunto la guida del Provveditorato interregionale, che ha competenza per Campania, Molise, Puglia e Basilicata, da circa un anno e mezzo: «Non so quello che è successo prima», precisa.

Ma racconta che il Provveditorato si è attivato per accelerare i tempi della pratica, rimasta per anni sospesa nei meandri di iter e passaggi burocratici. Una lettera con una relazione è stata inviata nei giorni scorsi ai vertici dell’amministrazione penitenzia, al Ministero della Giustizia e al Ministero delle Infrastrutture. Una svolta potrebbe arrivare a breve. «Penso due mesi e mezzo, tre al massimo – ragiona D’Addato – A causa dell’emergenza Covid siamo stati fermi, ma da parte nostra lentezze non ce ne sono. E poi questo aggiornamento sulla vulnerabilità sismica deve essere fatto. In carcere dovranno mettere a disposizione varie zone per fare perforazioni e tutto quello che serve». Bisognerà recuperare tutto il ritardo accumulato in questi anni. Dodici milioni di euro sono una cifra importante, che consentirebbe di fare più di un restyling dei padiglioni. Basti pensare che un singolo padiglione di Poggioreale ha quasi lo stesso numero di detenuti di un carcere di provincia. I padiglioni da ristrutturare con i fondi decisi tre anni fa dal Ministero delle Infrastrutture, quando il ministro era Del Rio, sono quattro, i più antichi dell’istituto.

Sono il Napoli, il Milano, il Salerno e l’Avellino, padiglioni dove sono reclusi recidivi, detenuti accusati di reati comuni, quelli in alta sicurezza e detenuti tossicodipendenti. Sono celle in cui si arriva a stare anche fino a nove in una stanza. Ogni padiglione conta in media dai 250 ai 380 reclusi. Molti di più di quelli che ospita l’intero carcere di Arienzo, che conta 80 reclusi, e quasi quanto quelli dell’intero carcere di Benevento o di Ariano Irpino, che oscillano tra i 300 e i 400 detenuti. L’operazione di ristrutturazione dei quattro grandi e antichi padiglioni del carcere di Poggioreale sarà, quindi, un’opera imponente, e non solo per i grandi numeri che coinvolge. Non si tratterà, o almeno non dovrebbe trattarsi, solo di rimettere a nuovo stanze fatiscenti, con pareti piene di muffa e umidità, fili elettrici scoperti, servizi igienici senza porte. Nel carcere di Poggioreale, il più grande e affollato d’Italia, occorrerebbe fare anche altro. Creare spazi, soprattutto. Spazi verdi, spazi per attività di rieducazione, spazi per gestire meglio la salute mentale e fisica dei reclusi.

«In un piano si potrebbe realizzare un teatro», propone il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello, che nelle scorse settimane aveva segnalato quei dodici milioni di euro fermi da anni riaccendendo così l’attenzione sui finanziamenti destinati al carcere. «Ristrutturare i padiglioni significa modificare i casermoni che sono adesso, non si tratta di offrire privilegi ai detenuti ma un minimo di abitabilità», spiega Ciambriello. Intanto ieri, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, un centinaio di detenuti fra donne e uomini dei reparti di alta sicurezza ha protestato contro la sospensione dei colloqui online con i familiari e della sorveglianza dinamica concessi loro durante l’emergenza Covid. E la tensione nel carcere casertano è tornata di nuovo altissima.