Quando si parla di infrastrutture di trasporto in Italia lo si fa o con la stanchezza rassegnata dell’occasione ormai perduta o con l’emotività susseguente all’emergenza o purtroppo all’incidente appena avvenuto. Non si riesce invece a parlarne come la matrice del nostro sviluppo economico. Delle infrastrutture solide e sicure sono infatti per un Paese ciò che i vasi sanguigni sono per il corpo umano: permettono a tutti gli organi del corpo di funzionare e consentono di utilizzare le energie nella maniera migliore.

Purtroppo, però, dopo un decennio dall’inaugurazione dell’Alta Velocità voluta dal governo Berlusconi, si assiste a una sostanziale inerzia della politica su questi temi. Questioni come lo sviluppo delle infrastrutture, il potenziamento e coordinamento delle reti di trasporto, la realizzazione di investimenti che consentano di sbloccare il potenziale inespresso di alcune zone del nostro Paese, non sembrano essere al centro dell’azione di governo.  È come se a un tratto invece di continuare a evolverci ci fossimo involuti. Come se invece di immaginare l’Italia del futuro, ci si fosse fermati a guardare un cantiere fermo dove non succede niente, magari indicandolo come un esempio della decrescita felice.

Abbiamo una rete internet non sufficientemente veloce e delle reti stradali e ferroviarie ultracongestionate. E anche laddove si potrebbe fare qualcosa per migliorare la situazione – penso al benedetto sottopasso ferroviario di Firenze, che se vedesse la luce darebbe sicuramente una mano – ci si ferma per mille ragioni. È un fatto che oggi i tempi di percorrenza sull’Alta Velocità si sono allungati, rispetto a qualche anno fa.

L’Alta velocità, però, non è tutto. Anzi. Ci sono anche i treni su cui quotidianamente viaggiano i cosiddetti “pendolari”, che meriterebbero più cura di quanta ne ricevono. Troppo spesso, questi trasporti vengono sviliti nella loro funzione, perdendo qualità dei convogli e dei servizi. Eppure ogni giorno 5 milioni e 600mila persone iniziano la loro giornata di lavoro lì, e fanno le loro riflessioni lì, in treno o in metropolitana passano una parte notevole del tempo della loro vita. E magari, visto che pagano anche tasse salate, vorrebbero che quel servizio funzionasse. Non sorprende – come riporta Fabio Savelli sul Corriere della Sera dello scorso 2 ottobre – che «Milano è l’unica città dove la tendenza rispetto alle auto di proprietà è di riduzione (tra il 2001 ed il 2015 ha visto in circolazione 100mila auto in meno, con un aumento, poi, di 3.900 nel 2016), che segue una dinamica tipica delle più ricche e importanti città europee, dove proprio la presenza di un efficiente sistema integrato di mobilità su ferro integrato a sua volta con la sharing mobility e con una diffusa rete di piste ciclabili, vede numeri molto diversi di auto di proprietà e di spostamenti con i mezzi pubblici». Il punto, però, non è perché i trasporti funzionano a Milano, il punto è perché non funzioni alla stessa maniera anche altrove.

Non meglio va per la questione aerei. Alitalia è con un piede nella fossa, da anni si parla di un suo imminente rilancio ma intanto continuiamo a versare denaro pubblico in quel pozzo senza fondo, 400 milioni stanziati poche settimane fa. E parliamo della compagnia di bandiera, quella che dovrebbe contribuire in modo massiccio non solo a far muovere gli italiani nel mondo ma ad attrarre turisti verso di noi. È in vendita, nessuno vuol prendersela e al momento manca un’idea chiara su cos’altro fare, mancando gli acquirenti. Ogni giorno dobbiamo sperare che non accada quanto avvenuto in questi giorni ad Air Italy, la piccola compagnia nata dalle ceneri di Meridiana che sperava di prosperare specializzandosi nel traffico aereo da e per la Sardegna e che ha dichiarato la propria fine.

Valutazioni sbagliate, inefficienze, non si sa cosa – anche il governo è rimasto di stucco – hanno fatto sì che da un giorno all’altro, come un fulmine a ciel sereno, gli aerei rimanessero a terra. E il personale anche. E adesso come garantire la continuità territoriale cui lo Stato è obbligato? E come garantire la stagione turistica in Sardegna Sarebbe poi interessante approfondire come una penisola al centro del mare Mediterraneo abbia un sistema portuale turistico retrogrado e insufficiente, del tutto disincentivante rispetto alla Francia, la Spagna, la Croazia o persino la Slovenia.

Si incrociano quindi problemi di natura infrastrutturale rilevantissimi e problemi strutturali relativi alle nostre aziende di trasporto, che sono frutto di tempi anche lontani ma su cui non può essere impossibile, oggi, prendere delle decisioni. A monte ci vorrebbe una chiara volontà politica di delineare una strada per il Paese, un percorso condiviso da chi governa oggi e chi governerà domani. Serve capire se si vuole o non si vuole puntare sulle infrastrutture; se si preferisce rimanere “No Tav, No Tutto” o se invece si vuol credere nel futuro; se si vuole investire davvero sulla nostra straordinaria vocazione turistica facendola diventare priorità nell’agenda strategica nazionale.

A valle serve invece che una leale collaborazione tra Stato e aziende permetta un vero sviluppo del sistema dei trasporti, della digitalizzazione e delle politiche di promozione del nostro Paese. Proprio ieri il Presidente del Consiglio Conte ha preso un impegno preciso sul raddoppio dell’Alta Velocità e dell’Alta Capacità, ma per valutare la concretezza delle sue promesse dovremo vedere se giungeranno a destinazione in orario.