Meno quattro giorni. Nella notte in cui tutti in Italia, e nel resto del mondo con orari differenziati, festeggeranno l’arrivo del nuovo anno, entrerà in vigore nel nostro paese una nuova regola, quella della giustizia infinita e assoluta, quasi una giustizia divina che colpirà innocenti e colpevoli con l’abolizione della prescrizione. A un fallimento storico dello Stato che già rinuncia ogni anno a concludere circa 120.000 processi a causa della propria pigrizia e della propria incapacità, si aggiungerà l’impotenza perenne a giudicare, codificata in una legge. Cioè “fine processo mai”. Il ministro guarda sigilli Bonafede e i suoi ispiratori in toga non demordono: dal primo gennaio 2020, dopo il processo di primo grado, per condannati e assolti i termini di scadenza si fermeranno e si apriranno le porte di un limbo processuale infinito.

Il Partito democratico, il cui ultimo ministro di giustizia Orlando aveva già dilatato al massimo i termini di scadenza per i reati più gravi, ha presentato ieri ai partner di governo il suo brodino tiepido. Congeliamo la prescrizione per due anni dopo la sentenza di primo grado e un altro anno e mezzo dopo l’appello, hanno detto i dirigenti del partito. Chiarendo però che la loro non è neppure una vera proposta alternativa, come ha spiegato il responsabile giustizia del Pd Walter Verini, ma uno spunto per trovare poi un punto d’incontro nel vertice di maggioranza del prossimo 7 gennaio. Così, se il brodino si raffredderà ulteriormente, rischia di diventare secchiate di acqua gelata soprattutto nei confronti di condannati e assolti per i reati meno gravi. Perché è ovvio che se aggiungi due anni ai 17 già previsti per la corruzione, arrechi un danno notevolmente inferiore in proporzione rispetto a chi è stato processato per reati che prevedono la prescrizione dopo sei anni. Un altro risultato è che nei fatti si aboliscono i tre gradi di giudizio.

Pensiamo alla vicenda di Enzo Tortora, che è nella memoria di tutti come il più grande simbolo dell’ingiustizia. Tortora era stato condannato nel processo di primo grado e poi assolto in appello. Ma probabilmente non sarebbe mai arrivato prima di morire a vedere sanate l’ingiustizia e la gogna vergognosa che aveva subito. Perché con il blocco della prescrizione chi avrebbe avuto fretta di sottoporre di nuovo a giudizio un personaggio pubblico già definito da un pubblico ministero “trafficante di morte” e già condannato anche in sede processuale?

Il fatto singolare (ma non poi tanto perché questa democrazia giudiziaria incute timore un po’ a tutti) è che nelle serrate discussioni di questi giorni tra politici, giuristi, mass media e opinione pubblica in genere, vengano costantemente sottovalutati i dati che lo stesso ministero di giustizia ha reso pubblici. Innanzi tutto la fase in cui si concentra il maggior numero di prescrizioni è quello delle indagini preliminari, cioè quello in cui è dominus il pubblico ministero e che spesso procede di proroga in proroga. Tanto che si arriva al primo grado di giudizio mentre è già maturato un buon 75% di prescrizioni. Questa parte del processo non è toccata dalla legge Bonafede, e soprattutto nessuno, in parlamento né fuori, chiama in causa le responsabilità di chi troppo spesso si trastulla con retate ad effetto o provvedimenti clamorosi tanto quanto fragili, che verranno annullati dal tribunale del riesame o nei successivi gradi di giudizio. Per non parlare della questione dei tempi processuali. Come mai a Venezia e Torino l’estinzione del processo riguarda il 40% dei procedimenti definiti, mentre nelle corti d’appello di Milano, Lecce, Palermo, Trieste, Caltanissetta e Trento il numero di prescrizioni non arriva al 10%?