La crisi economica figlia del lockdown che stiamo mettendo in atto per limitare il più possibile il contagio da Coronavirus e cercare di tornare il prima possibile alla normalità, apre due grandi questioni che guardano al cuore del nostro attuale modello di sviluppo e ci spingono a ridisegnarlo su nuovi presupposti. Si discute in questi giorni di quanto chi è più ricco – per meriti o per rendita pregressa – possa svolgere una funzione sociale atta a limitare le diseguaglianze, ma si discute anche di come si dovrà rilanciare una produzione industriale così duramente colpita nel rispetto delle esigenze di un pianeta sofferente che non può più sopportare le nostre emissioni, le nostre plastiche, il nostro utilizzo talvolta scellerato del suolo.

Partiamo dalla prima questione. C’è una proposta del Partito Democratico per un contributo di solidarietà a carico dei redditi più elevati per il 2020 e il 2021. C’è chi erroneamente l’ha definita una “patrimoniale”, ma in realtà si tratterebbe di una misura una tantum che riguarderebbe solo i redditi superiori agli 80mila euro (circa 800mila contribuenti) e non i patrimoni, incidendo sulla parte eccedente tale soglia. In pratica, si chiederebbero alcune centinaia di euro a chi ha stipendi molto alti per arrivare a cifre più importanti per quei pochissimi che guadagnano oltre un milione di euro l’anno.

Sbaglia chi semplificando cerca di bollare la proposta come una “tassa sulla ricchezza”, perché utilizza argomentazioni desuete da sterile polemica politica quando in gioco c’è la tenuta sociale del Paese: la crisi economica in atto ha fatto precipitare nella povertà migliaia di famiglie che non riescono più ad acquistare generi di prima necessità. Oltre un milione di bambini rischiano di subire gli effetti dell’impoverimento sulla loro pelle, con ricadute anche sul loro diritto allo studio a causa del digital divide, ovvero l’impossibilità di accedere a strumenti e connessioni internet oggi più che mai necessari per la continuità didattica.

La vera questione è la solidarietà. Chiedere oggi un piccolo sforzo economico a chi ha di più per aiutare i più bisognosi a non cadere in un baratro vuol dire tenere insieme un popolo e fonderlo in un intento comune: quello di rialzarsi e di ripartire tutti insieme. E di solidarietà ha parlato anche Papa Bergoglio nel suo messaggio pasquale: l’alternativa ad essa – cito le sue testuali parole – “è solo l’egoismo degli interessi particolari e la tentazione di un ritorno al passato, con il rischio di mettere a dura prova la convivenza pacifica e lo sviluppo delle prossime generazioni”.

Lo Stato ha iniziato a fare la sua parte, con un primo intervento da 400 milioni di euro a cui ne seguiranno altri. E anche l’Europa, al netto delle discussioni sul metodo, sarà decisiva. Sul ruolo dell’Europa sorge spontanea una riflessione: una piccola nazione come l’Italia, che fonda la sua economia sulle eccellenze e sulla piccola e media impresa, di fronte a una crisi di questa portata sarebbe tecnicamente fallita e avrebbe dovuto svendersi ai grandi colossi economici per sfamare la popolazione. Lo scudo dell’Europa, malgrado gli egoismi di alcuni Paesi e di alcune correnti politiche, sarà la nostra salvezza. Mai come oggi appare chiaro quanto il cosiddetto “sovranismo“ sia una colossale idiozia.

La seconda gigantesca questione che si è aperta riguarda il come ripartire quando l’emergenza sarà superata. Prima che il “nemico invisibile” ci costringesse a fermarci, il Governo e le istituzioni europee stavano mettendo in campo importanti provvedimenti per convertire vasti comparti di produzione e renderli meno dannosi per il pianeta. L’abbattimento delle emissioni di CO2, causa del surriscaldamento globale, la tutela degli oceani e il contenimento del consumo di suolo – questione enorme in un Paese come il nostro, sempre più minacciato dal cambiamento climatico e dall’azione antropica – erano già al centro della nostra azione.

Anche qui, la miopia dei cosiddetti “sovranisti” si è palesata nella surreale lettera inviata dal partito di Giorgia Meloni alla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, per “dirottare” i fondi per il Green New Deal. Sarà proprio la nostra capacità di utilizzare il “nuovo inizio” per veicolare un modello di sviluppo alternativo basato su una strategia di economia circolare, su produzioni sostenibili e sul riutilizzo dell’esistente la chiave di quel boom economico che tutti auspichiamo. Il New Deal di Roosevelt degli Anni Trenta aveva tra i suoi programmi iniziali il “Civil Conservation Corp”, ovvero un gigantesco programma di opere civili per la messa in sicurezza del territorio americano, ancora in gran parte allo stato naturale ma in fase di crescente antropizzazione.

Occorrevano dighe, ponti, strade ma soprattutto interventi di messa in sicurezza dalle frane e dalle alluvioni, riforestazione di grandi territori per contrastare la desertificazione e le zone aride interne. Il Green New Deal in Italia e in Europa deve avere tra i suoi obiettivi centrali questo stesso tipo di programma ed ispirarsi in qualche modo al New Deal originario. Da questa grande crisi usciremo più forti se saremo in grado di cambiare parte delle nostre abitudini, del nostro modo di vivere, di produrre e di consumare. Se saremo in grado di mutare noi stessi e il nostro essere società, paradossalmente ne usciremo più forti e più resistenti. Ironico che in natura a far questo siano proprio i virus.