«Lottiamo fino alla fine per gli Eurobond», assicura Conte al termine di una giornata segnata dai mal di pancia: l’accordo dell’Eurogruppo fatica a convincere. Non è stata l’attivazione del Mes ma poco ci manca; e se il Commissario europeo all’economia, Paolo Gentiloni loda un “pacchetto di dimensioni senza precedenti per un piano di rinascita”, le opposizioni evocano Caporetto, con Matteo Salvini e Giorgia Meloni che chiedono le dimissioni del titolare di via XX settembre, Roberto Gualtieri. E il premier Conte li prende di petto, in una conferenza stampa mai così politica: «Mentono. Questo governo non opera nell’ombra. L’Italia non ha firmato alcuna attivazione del Mes».

Certo, è stato solo un accordo interlocutorio: a decidere sarà il consiglio dei capi di stato e di governo, il prossimo 23 aprile. Ma la politica torna a infiammarsi per la prima volta dallo scoppio della crisi coronavirus. Il governo è fiducioso, dopo quello che definisce “un ottimo primo tempo”. Per Gualtieri e per il premier Giuseppe Conte, infatti, l’intesa non impone all’Italia di accettare il controllo della Trojka sui conti. E in ogni caso il governo italiano non intende ricorrere al tanto contestato Meccanismo di stabilità. Il Movimento ha messo in chiaro il proprio niet e Conte si è affrettato a precisarlo: «Io ho una sola parola, la mia posizione e quella del governo sul Mes non è mai cambiata e mai cambierà». Cinque ore di incontro a palazzo Chigi tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e i capi delegazione al governo per una nota di sintesi usata nella conferenza stampa del premier: l’Italia ha posto al centro dell’agenda europea il tema dei titoli per finanziare il piano di rinascita dell’economia.

«Quella è la battaglia decisiva», aveva detto Gualtieri. Ma con il passare delle ore le opposizioni hanno fiutato il filone e provato a cavalcarlo. «Presentiamo una mozione individuale di sfiducia verso il ministro Gualtieri», dice Salvini per le opposizioni. Il ministro Dem, già sulla graticola, ha dovuto fronteggiare anche l’insorgere di un problemino non da poco: la patrimoniale. Per meglio dire, il “contributo di solidarietà” che il suo partito ha proposto, con Graziano Del Rio e Matteo Orfini. Una tassa che riguarderebbe tutti i redditi sopra agli ottantamila euro, per due anni. Misura non concordata con gli alleati di maggioranza, che trasecolano. Il premier dice di essere stato colto di sorpresa.

«L’ho appreso oggi, non c’è nessuna proposta concreta». Ettore Rosato, di Italia Viva, si affida all’ironia: «Dai nostri partner di governo ho sentito no alla riapertura graduale delle imprese, no all’attivazione del sostegno europeo tramite il Mes e sì alla patrimoniale. Auguri Italia». Come lui, Silvia Fregolent: «Con il Paese in ginocchio è da irresponsabili pensare a nuove tasse». Alza la voce Anna Maria Bernini (FI): “No alla patrimoniale del Pd”. Contrario anche il M5S. Vito Crimi: «È una loro iniziativa. Rimaniamo contrari a qualunque forma di patrimoniale». Matteo Orfini ci affida la sua risposta: «I Cinque Stelle parlano degli ultimi e di eguaglianza, ma poi quando bisogna agire si dileguano». La sensazione è che – rimasti a lungo a distanza di sicurezza – gli alleati di governo abbiano perso affiatamento. L’intemerata di Conte, ieri sera, ha provato a rinsaldare la coalizione.

Tra i consiglieri più vicini al ministro Gualtieri c’è il deputato romano dem Claudio Mancini. «Il contributo chiesto dal Pd è una tantum, data la straordinarietà dell’emergenza», dichiara al Riformista. «Ci sono due interventi diversi, da una parte quello per supportare da parte dei redditi più alti lo sforzo finanziario del governo e dall’altra una serie di misure inedite per garantire agibilità ai soggetti produttivi. Su quest’ultimo punto stiamo aumentando come mai prima gli ammortizzatori sociali, i contributi a fondo perduto, il rinvio delle scadenze fiscali.

Abbiamo bloccato gli effetti dei protesti e delle procedure fallimentari per questo periodo», aggiunge il parlamentare. L’euroscetticismo, sulle lance di Salvini e Meloni, guadagna spazio. E secondo Monitor Italia è ieri scesa al 44% la percentuale degli italiani che credono sia giusto rimanere nell’Unione Europea. Erano oltre il sessantacinque per cento prima della crisi.