“Conte sfiduciato dai suoi, D’Alema invecchia male”. Bellanova, viva la faccia…
Giovane bracciante, poi sindacalista. Militante comunista, dirigente Cgil, quindi Senatrice dem, infine cofondatrice di Italia Viva. Teresa Bellanova, vice ministra alle Infrastrutture e Mobilità sostenibile, non ha mai smesso di correre nella stessa direzione: dare voce a chi lavora, diritti a chi non è rappresentato, pari opportunità e pari garanzie per le donne. E su queste basi, il confronto serrato con il Paese reale. Anche quando scomodo: si è trovata decine di volte ad essere l’unica donna in lunghe ore di trattativa sindacale. Una formazione che l’ha portata a parlare con estrema franchezza. Caratteristica che in politica qualcuno potrà considerare un problema, ma che ha fatto di Bellanova, la “pasionaria brindisina”, una voce da ascoltare con attenzione, soprattutto quando sul Quirinale prevalgono il barocco e il bizantino.

Bellanova, è l’ora di una donna al Quirinale dicono in molti. Poi dietro le quinte fanno solo nomi di uomini. È diventato di moda fingere di tifare per le donne?
Le sembrerà forse paradossale ma condivido, e mi sono divertita molto nel leggerla, la riflessione di Natalìa Aspesi. Non ho mai visto così tanti uomini sbracarsi per una donna al Colle, visto che gli stessi non mi sono sembrati così ben disposti quando si è trattato di formare Governi o assegnare responsabilità istituzionali di peso.

Sospetta sia il solito diversivo?
Mi viene da pensare che veramente per questi signori, alcuni ben radicati nella cultura dell’uno vale uno, è un modo per confondere le acque e prendere tempo. Votare una donna non è la via di fuga da una situazione complicata. Dovrebbe essere una scelta politica consapevole.

E lei il nome di una donna come Presidente della Repubblica lo avrebbe?
Di nomi e cognomi ne avrei parecchi; non solo per il Quirinale ma anche per i Ministeri, i sottosegretariati, il Parlamento, la Presidenza del Consiglio. Donne autorevoli; capaci, per storia e cultura politica, di incarnare una radicale differenza dalle prassi abituali e consolidate e anche di testimoniare la storia del movimento delle donne in questo Paese. È di questo che c’è bisogno. Per questo mi auguro che, anche a partire da quelle sigle che firmano l’appello, si apra una riflessione necessaria su come il riconoscimento reciproco debba essere parte essenziale della nostra presenza nello spazio della politica e nei luoghi di governo. La scelta di una donna non può essere un éscamotage.

E un éscamotage alla fine perfino offensivo, sminuente…
Appunto. Noi per prime non dovremmo prestarci a questo o avallare questo modo tutto maschile, e ancillare, di guardare alla presenza femminile.

Il M5S prova a blindare Mattarella, ancora ieri sono tornati a ribadirlo. Qual è il loro disegno?
Conte aveva detto: al Quirinale meglio una donna. I suoi parlamentari, smentendolo, hanno detto: meglio Mattarella. Ne viene fuori che il primo a doversi blindare è Conte, dai suoi stessi parlamentari. In ogni caso, considerata la proverbiale ondivaghezza del personaggio, meglio chiederglielo di persona. L’esegesi della politica dell’avvocato del popolo è opera che travalica le mie capacità.

Se viene eletto Draghi, cosa succede al governo? C’è un avvicendamento pronto?
Non riesco a immaginare una soluzione già preordinata, ho troppo rispetto della prassi costituzionale e del Parlamento. Di certo, e il Presidente Mattarella nel discorso di fine anno lo ha chiarito perfettamente, questa è una fase dove ognuno, nel proprio ruolo e funzione, dovrà dare conto di grande responsabilità e saggezza. Considerate le reazioni più che positive alle sue parole, mi auguro che tutti, parlamentari, grandi elettori, forze politiche, sapremo essere all’altezza del compito.

Il Pnrr dedica ampie risorse a infrastrutture e trasporti. Il 2022 è l’anno in cui i progetti diventano cantieri?
Dovrà esserlo gioco forza. Per questo va spostato radicalmente il focus dalla mole enorme di risorse che l’Europa ci ha assegnato alla nostra capacità di attuazione dei progetti: nel tempo debito e bene. Gongolare sul quanto non ci mette al riparo dal come. Oltretutto, come sa, gli assegni di volta in volta vengono staccati solo a fine corsa.

Questo può anche essere l’anno in cui si torna a votare, magari dopo il giro di boa di ottobre e in tempo utile per l’approvazione della prossima manovra.
Non escludo che tra le forze politiche ci sia chi sta lavorando in questa direzione.

E lei come si porrebbe?
Pur non temendo il voto, direi che sciogliere il Parlamento mentre si deve occupare del Pnrr non mi sembra geniale. Queste prime fasi sono cruciali, e peraltro il capitolo riforme non è concluso. Di certo non sarebbe un bel segnale per Bruxelles, né per quella autorevolezza e leadership che il nostro Paese ha recentemente riconquistato grazie a Mario Draghi.

Doti che però adesso tutti riconoscono al nostro governo. Un bel salto in alto rispetto al recente passato.
Me lo faccia dire: autorevolezza e leadership non sono mai una volta per tutte ma fatica e lavoro quotidiano di cui bisogna rendere conto.

Cosa farà Italia Viva? La federazione con PiùEuropa e Azione è in vista?
Sinceramente? Non è una questione di sigle ma di sostanza politica.

Mi spieghi perché non capisco
Significa, ad esempio, prestare molta attenzione piuttosto che alle autoreferenzialità delle nomenclature alla quota di elettori che nell’ultima consultazione ha scelto di rimanere a casa. Il tempo che stiamo vivendo è un’occasione irripetibile da cogliere per trasformare il Paese, e la mia cultura riformista mi dice che oltre la bolla in cui spesso ci si rifugia c’è un’Italia in carne ed ossa che va ascoltata, capita, sostenuta, valorizzata, aiutata con tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione e con la necessità di individuarne di nuovi. Abbiamo dato vita a Italia Viva per questo, e a questo non rinuncio.

Insomma, tornare a parlare alle piazze e non ai palazzi…
I populismi e i sovranismi vanno sconfitti nel Paese reale, laddove le rendite di posizione hanno determinato incrostazioni parassitarie e imbuti ormai insostenibili. È su questo che preferisco lavorare.

L’uscita di D’Alema sul Pd guarito dalla malattia del renzismo ha colpito anche lei. Certe ruggini col tempo peggiorano, è d’accordo?
Non a tutti i vini fa bene l’invecchiamento. Alcuni svaporano, altri sanno di acido. D’Alema dovrebbe saperlo. Questo esercizio del rancore che porta a scaricare, per esorcizzarle, le proprie responsabilità sugli ultimi in ordine di apparizione nei ruoli apicali, fosse pure chi come Matteo Renzi è stato eletto democraticamente segretario per ben due volte del Pd, sa che le dico? È diventato anche noioso.

Il Pd sembra ancora alla ricerca della sua formula.
Di quell’amalgama mal riuscito proprio il rancore è parte essenziale; forse bisognerebbe prenderne atto. No, non mi pare proprio un bel modo di invecchiare.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.