La politica non ha scioperato, ieri. Laboriose ma sottotraccia, le grandi manovre per il Quirinale emergono carsicamente e permettono di fotografare, sia pure a tratti, uno scenario complesso in cerca di stabilizzazione. Nel centrodestra ci sono almeno due campagne in atto: quella ufficiale per Berlusconi e quella ufficiosa per Pera. Con il piccolo problema che il primo, che ha in mano la golden share dell’alleanza, dell’ex presidente del Senato non vuole sentir parlare.

Nel centrosinistra si fanno i conti con la calcolatrice, ma i numeri rimangono bassi. Enrico Letta pur di scongiurare l’ipotesi di Berlusconi sul Colle, scomoda la storia: «Mai il leader di una formazione politica è stato eletto presidente della Repubblica». E sbaglia, perché Saragat era segretario del Psdi quando venne eletto Presidente. Con una minima differenza tra le due formazioni: il Psdi nel 1964 aveva il 6,35% e Forza Italia oggi è data al 7%. In casa Pd d’altronde si prova a sbaragliare la partita mettendo in campo un nome che prova a ricalcare – anche solo in parte – l’identikit di Draghi: David Sassoli, il Presidente del Parlamento europeo, annuncia di non ricandidarsi per lo stesso scranno. E anzi con due mesi di anticipo rinuncia all’incarico e fa rotta verso Roma. «Il fronte europeista rischierebbe di dividersi, e sarebbe andare contro la mia storia, le nostre convinzioni, le nostre battaglie. Non posso permetterlo», detta lapidario. Le intenzioni “telefonate” sono chiare a molti: si susseguono gli omaggi e i tributi dei dem via social network, in una sorta di tappeto rosso digitale che qualcuno spera possa srotolarsi fino al Colle. Enrico Letta vola a Bruxelles per incontrarlo a porte chiuse.

L’ex ministro Paolo De Castro lo incensa: «Un esempio di senso delle istituzioni». L’eurodeputata Gualmini: «Ha contribuito a rendere l’Europa più vicina e solidale con le persone». Roberta Pinotti lo ringrazia per l’autorevolezza con cui ha svolto il ruolo di Presidente. Del Parlamento europeo, almeno per ora. Nessun saluto particolare gli arriva dal Movimento Cinque Stelle intento piuttosto a rimarcare il peso dei suoi voti. Luigi Di Maio si affida al Corriere Tv per una intervista a tutto campo, utile per avvelenare il pozzo degli avversari: «La candidatura di Berlusconi dovrebbe partire dal centrodestra, ma non è ancora chiaro cosa vogliano fare, perché Tajani dice che non è candidato, per proteggerlo, mentre Salvini e Meloni corrono a candidarlo per poi dire che non ci sono i numeri. Non è escluso che ci possa essere la possibilità di affossare Berlusconi proprio nel centrodestra», affonda Di Maio. Spera che gli interessati escano allo scoperto. La stessa domanda sul Cavaliere viene posta a Conte. «Berlusconi al Quirinale? Il M5s è stata la prima forza politica a dire da subito che non è il nostro candidato e non avrà i voti del Movimento».

Di Maio prova anche a ritagliarsi una legge elettorale premiante, propugnando uno sbarramento del 5%. «Ma il taglio dei parlamentari, sommato al Rosatellum, impone comunque uno sbarramento di fatto del 10%», osserva il deputato di PiùEuropa, Riccardo Magi. Non un dettaglio da poco. Qualunque sarà il sistema elettorale adottato, questo è un punto su cui Italia Viva, Azione e riformisti dovrebbero rompere gli indugi e far quadrare il cerchio. Walter Lavitola è al lavoro in quel retrobottega di via Quattro Venti che sembra diventato il laboratorio sartoriale del centrodestra. Tesse la trama dei grandi elettori pronti a votare Berlusconi. Aggiorna il suo file Excel: si sarebbero aggiunti altri quattro “volenterosi”. Matteo Salvini prende l’iniziativa di un tavolo negoziale: «Ho invitato tutti i segretari di partito. Ho avuto l’ok da parte di tutti e una volta approvata la manovra di bilancio li reinviterò per evitare la confusione di trenta votazioni», ha fatto sapere il segretario della Lega a margine dell’assemblea Coldiretti a Roma.

Poi anche Giorgia Meloni ha detto la sua: «Se la carta Berlusconi è ancora in gioco? Sì, ma ne riparliamo a gennaio». Intanto a Di Maio si incarica di rispondere anche a uno degli uomini più vicini a Salvini, Calderoli. «Posso anche comprendere che tutti coloro che sono realisticamente consapevoli di andare verso una sconfitta, quando finalmente si tornerà a votare, sapendo di non poter puntare ad avere una maggioranza assoluta, vogliano una legge proporzionale con uno sbarramento alto, come il 5% propugnato oggi dal ministro Luigi Di Maio. Comprendo il loro ragionamento politico, la loro necessità con uno sbarramento alto di tirarsi dietro “i cespugli”, magari garantendogli un diritto di tribuna, sperando in questo modo di non rinunciare alla possibilità di andare al Governo, pur sapendo di non potersi evitare la sconfitta alle urne. Io però sono ancora più convinto, proprio per la situazione che stiamo vivendo, dell’assoluta necessità che ci sia uno schieramento politico che vinca le prossime elezioni e uno che le perda, ma per questo serve una legge elettorale nazionale maggioritaria, utilizzando il modello già collaudato delle Regioni». In serata il Presidente Mattarella ha sottolineato, se ce ne fosse bisogno, di non essere minimamente in pista per il bis: «Sono qui con voi per il commiato di fine mandato», ha detto agli ambasciatori ricevuti per l’occasione al Quirinale.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.