Nella “melina” Quirinale, entra in campo il dodicesimo uomo, la proroga dello stato di emergenza. Figlia certamente delle curve dei contagi e del loro andamento che potrebbe far salire i casi giornalieri anche a 30-40 mila (oggi sono a ventimila). E della variante Omicron già prevalente in Gran Bretagna e da noi ancora quasi inesistente. Ma non ci sono dubbi che la proroga dell’emergenza sia “percepita” anche come l’uomo in più in campo che può fare la differenza nel confronto sul Quirinale.

Mentre si aspetta, fuori da palazzo Chigi, in una serata finalmente gentile, che termini il Consiglio dei ministri, mentre i deputati si avviano verso la Camera che in serata voterà la fiducia sul decreto Fiscale, è inevitabile scambiare opinioni con loro e immaginare il seguente scenario: “Le Camere saranno convocate dopo il 20 gennaio proprio mentre la quarta ondata potrebbe essere al suo culmine. A quel punto chi se la prende la responsabilità di smontare il ticket Draghi-Mattarella? Anche loro a quel punto dovranno farsene una ragione”. Questa riflessione è condivisa, in tempi diversi, da un deputato M5s, due deputati Pd, tre di Forza Italia e anche due della Lega. Nell’arco di un’ora se ne aggiungono cinque del gruppo Misto. Chi vuole sapere cosa pensa veramente il corpaccione del Parlamento, ne ha qui una buona campionatura: “Mantenere lo status quo perché mandare Draghi al Quirinale è in ogni modo altamente destabilizzante”. Che poi è lo stesso concetto che il Presidente della Camera Roberto Fico ieri mattina ha veicolato nella cerimonia degli auguri con la Stampa parlamentare: «Il paese non può permettersi di stare fermo 3-4 mesi per una crisi di governo».

La variante Omicron diventa quindi la variante Quirinale, nonostante da palazzo Chigi arrivino inviti «a non strumentalizzare né in un senso né nell’altro la contingenza legata al virus». Il Consiglio dei ministri si consuma in poco più di mezz’ora. Nessuno obietta nulla. Qualcuno è più “contento”, sicuramente Leu, Pd e 5 Stelle. Sono un lontano ricordo le polemiche che la Lega ha imbastito in questi dieci mesi ogni volta che il governo doveva decidere sullo stato di emergenza. Salvini ha cambiato pelle, ha indossato i panni del mediatore per “trovare quella sintesi sul nuovo Presidente della Repubblica” auspicata dallo stesso Mattarella. E oggi dice che «sono i dati a decidere la necessità di prolungare di tre mesi lo stato di emergenza». Il “nuovo” Salvini lavora sulla proroga delle cartelle, contro il caro-bollette, sul taglio dell’Irpef e dell’Irap. Sulla manovra, insomma. Il decreto spazza via anche le ipotesi (definite “solo dietrologie” ) di chi aveva già ricamato sul fatto che la proroga non ci sarebbe stata perché avrebbe costretto Draghi nella casella di palazzo Chigi. Chiacchiere, solo chiacchiere che ogni giorno, da settimane, alimentano il romanzo Quirinale.

«L’attuale contesto di rischio – si legge nel testo del decreto – impone la prosecuzione delle iniziative di carattere straordinario e urgente intraprese al fine di fronteggiare adeguatamente possibili situazioni di pregiudizio per la collettività». La «situazione emergenziale persiste» e «pertanto ricorrono i presupposti per la proroga dello stato emergenza dichiarato». Smentita a stretto giro la notizia per cui sarebbero tornate obbligatorie le mascherine all’aperto a prescindere dal livello di contagio, il decreto si sforza di guardare avanti. Perché quella di ieri sia comunque l’ultima proroga di questi lunghi e difficili due anni. «Nell’esercizio dei poteri derivanti dalla dichiarazione dello stato di emergenza – si legge all’articolo 1– il Capo del Dipartimento della protezione civile e il Commissario straordinario generale Figliuolo adottano anche ordinanze finalizzate alla programmazione della prosecuzione in via ordinaria delle attività necessarie al contrasto e al contenimento del fenomeno epidemiologico». È il piano a cui stava già lavorando Draghi prima delle quarta ondata. La pandemia, ha ragionato il premier in questi mesi, si sta stabilizzando, c’è e ci sarà negli anni futuri e tutti noi dovremo imparare a conviverci. Da qui la necessità di rendere strutturale l’emergenza e trasformare in ordinari gli strumenti ordinari.

Il Consiglio dei ministri è stato anche l’occasione per fare il punto della situazione sui temi economici e sulla legge di Bilancio che – così ha deciso la capigruppo ieri al Senato – sarà votata in Commissione Bilancio nel fine settimana e approderà in aula tra lunedì e martedì per il via libera tra il 22 e il 23 dicembre. Poi il testo passerà alla Camera dove dovrà essere votato entro il 31 dicembre. Alla fine è stata trovata la quadra più o meno su tutto (cartelle, tavolini, scuola, caro bollette) tranne che sui bonus edilizi. Il ministro economico Daniele Franco ha illustrato una memoria sul caro-bollette, tema per il governo tra i più delicati insieme all’inflazione. I partiti, a cominciare da Lega e Fdi, hanno provato a farne il loro cavallo di battaglia. Ma sono stati superati dall’esecutivo. Franco ha spiegato che nella Manovra ci sono ben tre miliardi e 800 milioni per contrastare i rincari delle bollette. A questa cifra vanno aggiunti i 4 miliardi e 300 milioni stanziati nel semestre dell’anno in chiusura. In totale sono oltre otto miliardi solo per il caro energia.

Ma ecco come saranno impiegati i tre miliardi e 800 della manovra: «1,8 mld saranno destinati all’azzeramento degli oneri di sistema fino a 16,5 kWh elettrico; 600 mln per l’Iva sul gas al 5% per tutti; 500 mln per l’azzeramento degli oneri di sistema sul gas; 900 mln per l’annullamento dell’aumento per clienti domestici con 8.264 mila euro di Isee o famiglie numerose o con fragili a carico». Una suddivisione delle risorse che premia, giustamente, le famiglie a basso reddito, le piccole e medie imprese e non dimentica di provare ad intervenire in modo strutturale sui costi fissi della bolletta. A cominciare dall’Iva. L’emergenza energetica e il caro energia è un dossier chiave per lo sviluppo del Paese “privo” di risorse visto che non si possono usare i giacimenti di gas nel Mediterraneo. E il dibattito sul nucleare pulito, come lo stanno facendo in Francia e in Germania, è da noi bandito. Salvini ha presentato un ordine del giorno alla manovra in cui chiede che anche l’Italia partecipi agli studi sul nucleare pulito. Vedremo che fine farà. Di sicuro il tema delle fonti energetiche deve essere affrontato. E se non ora che ci sono i soldi del Pnrr, quando lo potremo più fare? A meno che non si voglia restare ostaggi di gasdotti stranieri a cui non pare il vero di speculare come sta succedendo adesso.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.