Più che dare l’addio a Emma Bonino, oggi dobbiamo raccoglierne l’eredità. Non attraverso una celebrazione rituale, ma tornando a ciò che quella storia politica ha rappresentato: le battaglie radicali, una cultura liberale e laica, la centralità dei diritti individuali, l’europeismo e il federalismo, insieme al coraggio di sostenere posizioni impopolari quando si ritengono giuste. La storia di Bonino attraversa oltre mezzo secolo di vita italiana ed europea, e si intreccia con quella di Marco Pannella e del movimento radicale. Aborto, lotta alla pena di morte, diritti delle donne e delle minoranze, libertà della ricerca scientifica, giustizia garantista, carceri, autodeterminazione nel fine vita: battaglie diverse accomunate dall’idea che la libertà rimanga una parola astratta quando qualcuno non possiede concretamente i diritti necessari per esercitarla. A queste si aggiungono le campagne internazionali contro le mutilazioni genitali femminili, per i diritti umani e per la Corte penale internazionale. Parlamentare, commissaria europea, ministra degli Esteri, Bonino ha sempre inscritto queste battaglie in un orizzonte che oltrepassava i confini nazionali.

Ridurre il radicalismo a una successione di conquiste civili significherebbe non coglierne l’aspetto forse più interessante: un modo innovativo di intendere la politica. Non partire da verità dogmaticamente assunte o da un sistema ideologico dal quale dedurre una risposta per ogni problema. Al fondo vi è un principio profondamente laico: la verità si cerca, non si possiede. La politica non può pretendere di disporre di verità ultime dalle quali ricavare una volta per tutte l’ordine della società. Il diritto diventa allora la cornice entro cui questa ricerca può svolgersi. Le leggi non sono giuste per il semplice fatto di esistere: possono essere criticate e cambiate per costruire forme di convivenza più libere e inclusive, portando dentro il perimetro dei diritti chi ne rimane escluso. Il detenuto, il malato terminale, il migrante, la prostituta, il condannato a morte: vite e condizioni spesso confinate ai margini diventano questioni politiche nel momento in cui riguardano la libertà e la dignità della persona.

La politica radicale assume così qualcosa del metodo sperimentale: individua problemi, mette in discussione ciò che appare acquisito, propone soluzioni, ne verifica gli effetti e riapre continuamente la ricerca. È un pensiero in azione, nel quale referendum, nonviolenza e disobbedienza civile diventano strumenti di trasformazione. Pasolini aveva intuito questo carattere nel discorso “Lo scandalo radicale”, che non poté pronunciare al congresso del 1975, quando invitava i Radicali a rimanere “continuamente irriconoscibili”: a non trasformare neppure le proprie vittorie in una nuova ortodossia. È questa capacità di movimento che oggi andrebbe recuperata. Non basta dichiararsi liberali, laici, federalisti o europeisti: bisogna dire quale liberalismo, quale Europa, quali riforme, quali diritti. E bisogna farlo davanti ai problemi del presente. Intelligenza Artificiale, potere delle piattaforme, dati personali, trasformazione del lavoro, libertà della ricerca, nuove disuguaglianze pongono in forme inedite la stessa domanda: come ampliare lo spazio della libertà e della responsabilità individuale?

Da qui potrebbe ripartire anche l’idea di un centro che non sia semplicemente lo spazio geometrico tra destra e sinistra, né il risultato di alleanze dettate dalla necessità elettorale. Un centro riformatore, capace di opporsi all’immobilismo e al neostatalismo, alle rendite e alle corporazioni, e di rilanciare una visione europea, cosmopolita, liberale, laica e federalista, fondata sui diritti e sui doveri degli individui. Forse il modo meno retorico di salutare Emma Bonino è prendere sul serio la sua provocazione, “Amatemi di meno e votatemi di più”. Non limitarsi a celebrare un’eredità, ma avere il coraggio di ritrasformarla in azione politica.

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