Le discussioni sull’edilizia penitenziaria continuano a essere caratterizzate da profondo populismo. L’idea di edificare nuove carceri è assolutamente irricevibile, in quanto rappresenta una falsa risposta a problemi complessi, urgenti e improcrastinabili.

Il sovraffollamento delle nostre strutture non si risolve certamente con nuove carceri, la cui costruzione richiede peraltro tempi lunghissimi, ma con un radicale cambiamento di paradigma che ponga al centro del dibattito i risultati decisamente soddisfacenti raggiunti attraverso le misure alternative alla detenzione.

Le intollerabili condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari sono, con crescente intensità, motivo di denuncia e di condanna da parte della Cedu che ha individuato nel sovraffollamento e nel degrado delle carceri italiane un fattore di crisi strutturale del nostro sistema penitenziario e una delle più ricorrenti ipotesi di violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo da parte dell’Italia. Un’onta che ha pesato fortemente sull’onore e sulla credibilità dell’intero Paese ma che non ha fatto sì che la situazione cambiasse poi molto.

Gli istituti penitenziari versano in condizioni inumane, degradanti e incompatibili con un sistema democratico. Spesso, i bagni sono a vista, non c’è acqua calda, le celle sono senza docce, non vi è riscaldamento, gli spazi comuni sono inesistenti o privi di qualsiasi attrezzatura che garantisca un minimo di vivibilità.

Numerosi istituti (circa il 20%) presentano celle dove non si rispetta il parametro dei tre metri quadrati per detenuto, soglia minima secondo la Corte di Stasburgo.

Il Recovery Fund potrebbe rappresentare una grandissima occasione per migliorare la qualità di vita dei detenuti e garantire la costituzionalità della pena, perché permetterebbe interventi strutturali e non semplici ristrutturazioni di facciata. È opportuno migliorare le dotazioni tecnologiche degli istituti garantendo, per esempio, l’accesso a internet per implementare da un lato le occasioni e le possibilità di formazione a distanza e dall’altro i contatti con i familiari.

Si potrebbero ripensare e attrezzare gli spazi a disposizione migliorando le aree lavoro e le parti comuni dove vengono svolte fondamentali attività formative e ricreative (sport, teatro, biblioteche). L’elenco di interventi urgenti da effettuare è lungo e variegato, proprio per questo il coinvolgimento di tutti i soggetti direttamente interessati o esperti del carcere è assolutamente necessario.

Non si deve, infatti, dimenticare che l’edilizia penitenziaria è una delle forme con cui si manifesta l’idea di punizione dello Stato.

Il guardasigilli Alfonso Bonafede ha istituito una commissione per l’architettura penitenziaria, evidentemente in ragione delle pessime condizioni strutturali delle carceri. Tale commissione, composta da autorevoli professionisti, non prevede inspiegabilmente alcuna partecipazione di rappresentanti dell’avvocatura.

Eppure gli avvocati sono coloro che percepiscono direttamente i disagi psicofisici dei detenuti e che conoscono, compiutamente, le macroscopiche problematiche esistenti all’interno delle strutture penitenziarie. Il problema dell’affollamento, della densità abitativa, della capacità reale e non teorica di accoglimento negli ambienti destinati alla detenzione sono temi attuali e non rinviabili.

La permanenza all’interno di un penitenziario in condizioni di fatto inaccettabili non favorisce certo il recupero dell’individuo nel corpo sociale. Anzi, ciò può determinare, oltre al disagio e alla conseguente sofferenza, anche il consolidamento di un profondo odio sociale verso lo Stato e le istituzioni che per primi non sono in grado di garantire, con normali regole di convivenza civile, accettabili condizioni di vivibilità detentiva. Insomma, se la funzione degli istituti penitenziari è quella di rieducare nel rispetto della dignità umana, in Italia siamo ben lontani dall’obiettivo.

È arrivato il momento per tentare di costruire un carcere diverso. In tal senso è opportuno individuare modelli di giustizia riparativa per garantire condizioni di detenzione più umane e ragionevoli, incentivando modelli capaci di garantire tutte le forme di affettività e disincentivando risposte meramente punitive di esigenze umane fondamentali e insopprimibili. In tal senso esemplificativa è la diversità di impostazione del legislatore britannico che, a fronte dell’aumento dei sequestri di telefoni all’interno del carcere, ha installato linee fisse in ogni cella, laddove in Italia si sono previste nuove fattispecie penali per reprimere istanze primarie.

E allora basta slogan e basta ipocrisia! È necessario un intervento immediato. La soluzione esiste ed è prevista dalla Costituzione. Amnistia e indulto restano l’unico rimedio per restituire tempestivamente dignità ai detenuti e al nostro sistema democratico.

*rispettivamente presidente e consigliere
della Camera penale di Napoli

Marco Campora e Raffaele Minieri*