È tutto da rifare il Recovery Plan italiano. Da riscrivere per Mario Draghi, il Presidente del Consiglio incaricato dal Capo dello Stato Sergio Mattarella, che a quanto pare – titubanze e spaccature nel Movimento 5 Stelle permettendo – potrebbe mettere insieme una maggioranza perfino più larga della cosiddetta maggioranza Ursula. Potrebbero esserci novità in serata: potrebbe parlare lo stesso Draghi. Intanto l’eredita che raccoglie l’ex Presidente della Banca Centrale Europea è delle più pesanti.

C’è da fronteggiare la pandemia da coronavirus, c’è quindi da organizzare una più efficiente campagna vaccinale, e quindi c’è da mettere insieme il Recovery Fund. Il precedente – la definizione formale è Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) – quello redatto quando Presidente del Consiglio era l’uscente Giuseppe Conte è tutto da rifare. Una bocciatura su tutta la linea, che ha messo d’accordo esperti, Commissioni Parlamentari, Corte dei Conti, Bankitalia secondo quanto emerso dall’audizione nelle Commissioni riunite Bilancio e Tesoro della Camera e Bilancio e Politiche Ue del Senato. La bozza è stata definita di molto migliorata, grazie anche alle critiche e osservazioni di Italia Viva, che poi ha ritirato la propria delegazione al governo e fatto saltare l banco, rispetto a quella di dicembre.

“La frammentazione delle iniziative che emerge dal Piano nazionale di ripresa e resilienza rischia di diluire la potenzialità del piano di incidere in modo strutturale sulla realtà del paese, con una dispersione di risorse che potrebbe non consentire di realizzare gli obiettivi di policy dichiarati”, ha detto Chiara Goretti, componente del Consiglio dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) nel corso dell’audizione. La bocciatura è emersa in tutta la sua dimensione dalle audizioni delle authority al Senato. La bozza, per l’Upb, è disomogenea, e in più, come nel caso delle infrastrutture, “dal Pnrr emerge indirettamente che vi è una lista su cui i soggetti competenti stanno lavorando, che però non è stata resa nota al Parlamento, anche se sembra essere già oggetto di un confronto informale con le istituzioni europee”.

Per Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio dei conti pubblici italiani, oltre che pluri-candidato (dai giornali almeno) ai ministeri dell’Economia, manca la governance e le misure di controllo e audit, oltre che chiarezza sugli effetti su debito e deficit pubblico. Le spese ammontano a “145 miliardi di cui 69 miliardi finanziati a fondo perduto” e quindi il deficit aggiuntivo rispetto al quadro della Nadef (Nota di Aggiornamento al Documento Economia e Finanza, ndr) “sarebbe di 76 miliardi, una cifra molto elevata e sarebbe in aggiunta rispetto al quadro macroeconomico approvato dal governo e dal parlamento. Sembrerebbe che parte di tale cifra, circa 40 miliardi, fosse comunque già inclusa nel quadro della Nadef nel Fondo di sviluppo e coesione, se così fosse rimarrebbero comunque da aggiungere al quadro Nadef 36 miliardi di deficit addizionale”.

Sulla stessa linea l’intervento di Guido Carlino, presidente della Corte dei Conti, secondo il quale sono un “punto rilevante” i “Controls e Audit” attraverso cui la Commissione Europea impone ai Paesi Membri l’obbligo “di dotarsi di sistemi di controllo adeguati a prevenire, individuare e contrastare corruzione, frodi, conflitti di interesse, ecc nell’uso dei fondi messi a disposizione dall’Unione”.

La Banca d’Italia invece ha notato i progetti indirizzati ad affrontare le sfide del cambiamento climatico e le debolezze strutturali del Paese, come il ritardo nell’innovazione e nella digitalizzazione, i tempi della Giustizia civile, le infrastrutture, lo sviluppo del Mezzogiorno; tuttavia ha criticato la mancanza di dettagli sul profilo annuale dell’uso dei fondi europei e la loro ripartizione. “Si indica solo che almeno il 70 per cento dei trasferimenti ricevuti attraverso il Dispositivo verrà speso entro il 2023 e la parte rimanente entro il 2025 e che il ricorso ai prestiti aumenterà nel corso del tempo – ha detto Fabrizio Balassone, Capo del Servizio Struttura economica della Banca d’Italia – Inoltre, secondo il documento, più del 70 per cento dei fondi utilizzati per finanziare interventi aggiuntivi rispetto al tendenziale è destinato a spese in conto capitale a carico delle Amministrazioni pubbliche, il resto a ulteriori incentivi agli investimenti privati (in particolare 16 sono destinati al “Progetto Transizione 4.0″) e ad altre misure”. E quindi il documento “non presenta ancora una puntuale quantificazione del contributo di ciascun progetto alla spesa destinata alla transizione verde e a quella digitale”.

C’è chi spinge per un esecutivo di lunga durate, quindi anche di legislatura (che finirebbe nel 2023), e chi per un governo “d’urgenza”, traghettatore fino alle elezioni. In tutti e due i casi il Recovery assume funzione e ruolo centrale. Un piano che impegna lo Stato membro e impegna l’Unione Europea. Si tratta di 209 miliardi di euro, riguarda sei anni di riforme.

Vito Califano