Volevano passare all’incasso. Dopo un mese durante il quale gran parte dell’elettorato si è affidata loro, considerandoli alla stregua di “uomini della provvidenza, i governatori di Liguria, Veneto, Toscana, Marche, Puglia, Valle d’Aosta e Campania non aspettavano altro che si tenessero le elezioni regionali. Il rischio di assembramenti nei seggi elettorali? Trascurabile. Il pericolo di una nuova impennata dei contagi da Covid-19 dopo settimane in cui il Paese è rimasto paralizzato e gli italiani segregati nelle loro case? Sciocchezze.

Ai presidenti delle sette Regioni al voto interessava di più, evidentemente, una “comoda” campagna elettorale coronata da un successo che, sondaggi alla mano, era molto più che probabile. Invece il Consiglio dei ministri ha stabilito che le elezioni regionali e quelle amministrative non si svolgeranno a luglio, come desideravano il presidente ligure Toti e quello campano De Luca, ma tra il 15 settembre e il 15 dicembre. Una decisione che non fa troppo piacere ai governatori uscenti che, in autunno, dovranno fare i conti con le macerie economiche, sociali e psicologiche che la pandemia lascerà alle sue spalle. Il commento di De Luca e colleghi? “L’estate è la stagione più sicura dal punto di vista epidemiologico: bisogna allargare la finestra di voto al mese di luglio”. Per il momento, Roma ha detto no.