Le nebbie si sono abbassate di nuovo e la visibilità tra palazzo Chigi e le segreterie dei partiti di maggioranza è ridotta al minimo. Il barometro dello stato di salute del Conte 2 oscilla pericolosamente tra la crisi di governo con il premier ancora con pieni poteri (non sfiduciato in aula) e un successivo nuovo governo con la stessa maggioranza ma con ingredienti, cioè una classe politica, molto diversa da quella attuale. Lo chiameremo Rimpastone-Conte ter. Se fallisce questa ipotesi, l’alternativa è il governo istituzionale che gestisce la fase del Piano di rilancio e conduce il paese al voto. Ma prima che scatti il semestre bianco. Sarebbe difficile per il presidente Mattarella, vero arbitro dell’eventuale crisi, rinviare nuovamente il voto di fronte a un centrodestra che reclama di avere la maggioranza nel paese. Dopodiché vedremo come si organizza il centrosinistra, con o senza i 5 Stelle. A ieri sera, l’alternativa di un rimpasto senza crisi, chiamiamolo “rimpastino che approda sempre a un Conte ter”, aveva perso terreno. E però è questa la strada preferita dai 5 Stelle.

Conviene stare ai fatti di giornata che altrimenti sopraggiunge la vertigine. L’ipotesi governo Conte ter con i Responsabili sembra del tutto uscita dal tavolo. I “costruttori” sono sempre al lavoro per “cambiare quello che c’è da cambiare” nel Piano rilancio e nell’agenda di governo perché, fedeli al messaggio del Capo dello Stato, “non sono ammesse distrazioni, non si deve perdere tempo e non vanno sprecate energie ed opportunità”. Al netto di queste due premesse i fatti nuovi sono tre.

Il primo è che tra ieri sera e oggi gli uffici del Mef invieranno a palazzo Chigi e da qui ai ministri la nuova bozza del Piano rilancio. Siamo alla bozza numero 4: la prima era del 7, la seconda del 21, la terza del 29 dicembre. Indiscrezioni dicono che il ministro Gualtieri ha corretto molte parti. Non c’è la cabina di regia che il 7 dicembre fece saltare il tavolo. Scomparsa anche la nuova agenzia per la cybersicurezza perché un organismo così delicato deve nascere con un testo di legge dedicato e soprattutto condiviso da tutte le forze politiche. Ci sarebbero più soldi per la Sanità (in origine erano solo 9 miliardi). Soprattutto più soldi per gli investimenti e meno per sussidi e bonus. Nell’ultima bozza, quella del 29 dicembre, erano previsti 55 miliardi di bonus e 120 di investimenti. Il resto sono incentivi vari, tra cui spiccano i 22,4 miliardi per il superbonus edilizio al 120%. A colpo d’occhio, non passa da qui la rivoluzione dell’Italia per tornare a crescere. Anzi, a correre.
Il secondo fatto di giornata è la lunga nota della segreteria dem convocata ieri in streaming da Zingaretti. Il messaggio è chiaro: “Rafforzare l’attuale maggioranza attorno al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per rilanciare l’azione di governo”.

Al lavoro, quindi, per evitare una crisi dagli esiti imprevedibili. Non si tratta, come ha inteso più d’uno nel Pd e con qualche fastidio, di un endorsement al presidente del Consiglio. Quanto di un ultimo, estremo tentativo di rimettere insieme i cocci di una maggioranza che rischia di sfaldarsi definitivamente tra le indecisioni di Conte e gli affondi di Matteo Renzi. Non è un mistero che Zingaretti insieme con Franceschini abbiano raccolto l’appello di Mattarella e indossato la maglia dei costruttori. “Il problema – facevano notare ieri fonti parlamentari Pd – è che il segretario prova a costruire da ottobre ma il risultato è stato che l’avvocato del popolo Conte ha convocato il 5 novembre il tavolo di maggioranza per la nuova agenda di governo. Quella riunione durò un’ora e poi non se ne seppe più nulla”. L’accusa che viene mossa a Conte, oltre all’immobilismo (da segnalare in questo senso l’intervista di un senior big dem come Zanda che ha riconosciuto a Renzi la fondatezza dei suoi attacchi seppur viziati da un metodo “sbagliato”), è quella di “non riconoscere ai partiti il ruolo di azionisti di maggioranza del suo governo”. Ad ora manca, insomma, “quell’iniziativa politica necessaria e non più rinviabile per gestire questa situazione”. “Siamo al 4 gennaio – aggiungono – ma è come se fossimo al 4 ottobre”. Quando, per l’appunto, un Zingaretti ringalluzzito per la non sconfitta alle regionali iniziò a incalzare Conte per un cambio di passo e una svolta nell’azione di governo che però non sono mai arrivati.

L’unica “iniziativa politica” che farebbe veramente cambiare le cose in questo momento è la convocazione da parte di Conte di un tavolo con i segretari dei partiti di maggioranza per aprire e chiudere seduta stante il processo di revisione della squadra e del programma.

Il terzo fatto di giornata sono le mosse di Matteo Renzi. I renziani, stando alle ricostruzioni che vengono fornite nei corridoi di Montecitorio, hanno accettato di attendere tre giorni (il 7 gennaio, giorno in cui dovrebbe essere convocato il Cdm sul Recovery plan) prima di ritirare i propri esponenti nel governo. Matteo Renzi insiste sui contenuti, chiede risposte – che ancora non arrivano – sul Mes, sulla struttura per la Cyber Security, sui saldi del recovery Plan. Ha usato parole non ostili: «A palazzo Chigi c’è un premier per volta e ora si chiama Giuseppe Conte. E però ora è il tempo di passare dalle parole ai fatti. L’Europa ci dà un sacco di soldi, li vogliamo spendere bene o pensiamo che possiamo continuare con le mance?». Nelle ultime 48 ore Renzi chiede conto anche di scuola e piano vaccini. Raffaella Paita (Iv), presidente della Commissione Trasporti, è in pressing da un mese per avere il cronoprogramma del piano vaccinale. E il 28 dicembre ha audito la ministra a Trasporti e Infrastrutture Paola De Micheli per evitare che a ridosso del 7 gennaio, per la riapertura delle scuole, vada in scena il solito rimpallo Stato-Regioni. Che purtroppo è in corso sui vaccini: solo il 30% delle 480mila dosi settimanali già consegnate sono state iniettate. Il commissario Arcuri accusa le regioni. Le regioni accusano Arcuri. Ieri Italia Viva ha lanciato la petizione perché le vaccinazioni vengano eseguite non stop 24 ore su 24. L’ultimo fatto di giornata è che a ieri sera non c’era stato alcun contatto tra Italia viva e lo staff del presidente Conte.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.