Riccardo Lombardi, chi era? La domanda non appare purtroppo irricevibile nell’Italia di oggi, almeno tanto quanto lo è stata, al contrario, per tutto il lungo dopoguerra italiano, di cui Lombardi è stato protagonista forte e incisivo in ogni sua fase e, in particolare, non casualmente, in quelle di svolta. Lombardi è stato forse l’ultimo leader di una tendenza politica che ne ha potuto prendere doverosamente il nome: “lombardiani” si è potuto dire fondatamente come per i grandi esponenti storici dei partiti del Movimento operaio. L’eclisse della sua fama si ha già con la nascita dell’ultimo tentativo riformistico in Italia, quello del centrosinistra dell’Ulivo, dopo lo scioglimento del Pci e la scomparsa del Psi. Riccardo Lombardi non entrò mai nel pantheon eretto dai dirigenti del nuovo corso ai fini di rivendicarne l’eredità. Lo ha salvato da questo destino la sua irriducibilità a un qualsiasi esito moderato.

È impossibile ridurlo a un santino tutti benedicente. Piuttosto che un santino, è stato e rimane una pietra di inciampo. Originalità, radicalità e intransigenza hanno segnato la sua singolare presenza sulla scena della politica della sinistra italiana. L’originalità del suo pensiero politico ne ha fatto un riferimento di quella corrente di marxismo critico che, specie negli anni Sessanta, si affermò nel segno del riformismo-rivoluzionario; la radicalità sempre rivendicata nella prassi politica lo fece attore decisivo della nascita dell’esperienza riformatrice del centrosinistra, quello della rottura con il ciclo centrista della ricostruzione e, contemporaneamente, suo critico implacabile quando esso piega nel moderatismo confindustriale; intransigente portatore con l’esempio di un’idea della vita e della politica rigorosamente coerenti, l’una e l’altra volte alla liberazione dell’uomo.

Protagonista in tutto il dopoguerra, veniva da lontano, portando nel suo bagaglio come costante, sempre pur nelle diverse esperienze politiche, l’idea di giustizia e libertà in Italia e nel mondo. Un mondo che lo vedrà impegnato contro le armi, contro la guerra, contro il pericolo della distruzione atomica, per la pace, per il superamento della divisone del mondo in due blocchi contrapposti, contro l’imperialismo, contro ogni politica di potenza. Veniva da lontano, negli anni Venti aveva frequentato il sindacalismo cattolico, dalla cui cultura si era separato con una ricerca che confrontava Marx con Benedetto Croce. L’antifascismo è stato pensato, praticato e vissuto nella sua forma più netta, più alta e carica di futuro, dalla militanza alla direzione politica, al carcere, fino alla Resistenza e alla Liberazione. C’è una foto di una manifestazione nella Milano liberata che annuncia l’avvento della Repubblica, o almeno la speranza di un’altra Italia che ne accompagnò l’avvento. La aprono uno accanto all’altro, con Riccardo Lombardi, Mattei, Longo, Cadorna, Parri, Pertini, Solari e La Malfa. Lombardi sarà il primo prefetto di quella Milano liberata e da quella storia integerrima gli veniva un’autorevolezza di cui però non si fece mai scudo.

Il dopoguerra lo attraversò da protagonista ma soltanto per le idee messe in campo per la trasformazione dell’Italia, soltanto per fare della sinistra rinnovata il soggetto politico del suo cambiamento e, allo stesso modo, ne è stato protagonista per la sua azione diretta, un’azione di direzione politica prima nel Partito d’Azione, poi nel Partito socialista italiano. In quell’oligarchia di fatto che da Nenni a Basso, a Foa, a Santi, a Morandi, a Panzieri, a Vecchietti ha diviso nell’unità, nel confronto e nello scontro, con il più grande Partito comunista dell’Occidente, la guida del Movimento Operaio Italiano. Un’oligarchia a cui era consentito l’eccezione di chiamarsi per nome. Cosa dovesse essere il Psi in questo confronto gli fu sempre chiaro, anche quando non condiviso in entrambi i partiti. Non una forza socialdemocratica, come si evince fin dalla sua critica aspra e radicale alla svolta di Bad Godesberg; non una forza subalterna al Pci, neppure in nome dell’unità. Il Psi avrebbe dovuto essere una soggettività, la cui autonomia doveva essere fondata sul proprio progetto di società, sia sulla via per realizzare la trasformazione socialista, che per la riforma del Paese, delle sue strutture, della sua economia, delle sue istituzioni. Era la bussola dell’autonomia, non costruita negativamente sulla distanza dall’altro, ma invece sulla propria originale natura politica.

Fece scalpore e si attirò le critiche dei comunisti un suo coraggioso intervento al congresso del Pci quando, davanti a tutti, si dichiarò acomunista. Fu letta come una provocazione, era, al contrario, un investimento su di sé, sulla capacità per i socialisti di essere autonomi, era anche un argine contro l’anticomunismo a cui mai, neanche per lo scontro più duro, si piegò. Il cammino che proponeva era un sentiero stretto in un territorio scosceso, ma forse l’unico capace di intravedere un futuro diverso. Lo si vide bene col governo di centrosinistra, quello della svolta degli anni Sessanta. Di nuovo, a venire alla luce è il tema dell’autonomia, questa volta l’autonomia del partito nei confronti del governo, che pure aveva voluto fino a pagare il prezzo di una scissione molto dolorosa, quella della nascita di Psiup. Per Riccardo Lombardi l’autonomia del Psi dal governo di centrosinistra riguardava la meta, la meta che il partito deve continuare a perseguire, la meta della trasformazione socialista sia negli obiettivi strategici che nella pratica di governo. Lo aveva già dimostrato nella fase di preparazione del centrosinistra organico quando, nel 1963, in quella che fu chiamata “la notte di San Gregorio”, Lombardi ruppe con Nenni, che proponeva di accettare la proposta programmatica con la quale Dc e Psi avrebbero dovuto far nascere il nuovo governo di coalizione. La rottura ne bloccò temporaneamente il percorso.

L’annuncio ebbe poi uno sviluppo coerente. Lombardi rifiutò di assumere nel primo governo di centrosinistra il dicastero più importante, oggetto di una durissima contesa tra la Democrazia cristiana e i socialisti. Il dicastero che poi gli fu proposto, quello del Bilancio e della programmazione, un ministero di nuova istituzione che rifiutò per andare a dirigere l’Avanti!, il giornale di partito, che guidò fino alle sue dimissioni per l’incompatibilità tra la posizione critica assunta dal giornale e l’adesione del partito al governo. L’esito dell’importante esperimento di centrosinistra, dopo risultati assai rilevanti, come, tra gli altri, la riforma della scuola, la nazionalizzazione dell’industria elettrica, fu il suo fagocitarsi in un corso moderato con la sconfitta in esso del tentativo riformatore. Lombardi ne prese atto e si rimise in cammino, cercando nuove vie, nuovi interlocutori, nuove realtà in movimento, fino al dialogo con i cattolici del dissenso, fino ai Convegni di Vallombrosa. In questo costantemente affermato primato del progetto di trasformazione della società per il socialismo, Riccardo Lombardi ha fondato l’autonomia del soggetto politico e ha dato seguito a una ricerca ininterrotta su quella stessa strada. Nel 1968, Gilles Martinet con una felice intuizione chiamò questa tendenza “riformismo-rivoluzionario”.

In questa tendenza, Martinet accumulava esponenti critici sia del Psi che del Pci: Lombardi, Basso, Foa, Ingrao, Magri ed altri. Lo stesso Lombardi farà propria questa definizione in una lezione del 1974. L’apparente ossimoro in realtà indica un superamento e apre una ricerca altrimenti impettita che si può così riassumere: fallita la costruzione del socialismo attraverso la conquista dello Stato, quale sarebbe stata la nuova strada, visto che il socialismo sarebbe comunque rimasto una necessità storica e la via ugualmente necessaria per la liberazione dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dall’alienazione umana? Dice Lombardi che si trattava «di rendere accessibile attraverso il movimento di massa la possibilità alternativa non obbligata nelle decisioni a livello strutturale e sovrastrutturale, persuadere attraverso l’azione politica e l’azione di massa che non c’è nulla di obbligato e nulla di tecnicamente vincolato, che non c’è soluzione unica imposta dal capitalismo e che, anzi, a ogni scelta il movimento ne può opporne una diversa e contraria».

E ancora: «Possono crearsi dei poteri parziali nella società da utilizzare per creare nuovi problemi, che esigono nuove riforme e nuovi passi in avanti e così iniziare un’opera che si può dire di “alimentazione” di cui, guarda caso, c’è un antecedente teorico, la visione cioè di questa serie ininterrotta di riforme, l’una richiamantesi all’altra e occasionate, quella successiva, attraverso il sistema di poteri incessantemente strappati alla classe dirigente. È la vita al socialismo che sostituisce alla grande rottura una serie ininterrotta di rotture e di germinazione di realtà liberate». È significativo che in questa ricerca Lombardi operi due ricomposizioni importanti. La prima, lo fa in questa stessa lezione ora citata, con il suo grande antagonista storico nel Psi degli anni Sessanta, Rodolfo Morandi; la seconda la fa con la linea dei contropoteri avanzata da Raniero Panzieri e da Foa, una linea che aveva generato la divisione degli anni Sessanta.

Direi, infatti, che le due linee, quella della riforma di struttura dall’alto e quella dei contropoteri dal basso, possono e devono comporsi nel processo di trasformazione della società. Lombardi aggiunge persino una autocritica per il carattere illuministico della sua precedente visione delle riforme dall’alto. Due solo opzioni restano infine antagoniste. È ancora Riccardo Lombardi a fare chiarezza: «Si intravedono già fin d’ora sufficientemente articolate le due tendenze fondamentali: l’una è indirizzata alle riforme rispettose dell’ordine giuridico, proprietario dello Stato borghese, e tendenti essenzialmente all’equità nella ripartizione del reddito, cioè la tendenza a creare e consolidare lo stato di benessere, il welfare state; l’altro filone è quello che, sempre dall’interno dello Stato e utilizzando gli strumenti della democrazia politica, punta sulle riforme rivoluzionarie, cioè sulle riforme dirette a infrangere il quadro dell’ordinamento proprietario esistente, per creare non già lo Stato di benessere, ma la società senza classi».

Proprio da questo pensiero deriva la necessità delle riforme di struttura che costituiscono il nucleo centrale dell’idea lombardiano della trasformazione. Era giunto alla stessa conclusione Lelio Basso: «Quello che caratterizza il riformismo non è la lotta per le riforme, che ogni marxista deve proporsi, ma è l’isolamento del momento riformatore dal momento rivoluzionario. Conseguenza di questo isolamento è che le riforme perdono ogni carica anticapitalistica e finiscono spesso con il diventare addirittura strumenti per il processo di integrazione».

Le parole di Riccardo Lombardi restano pietre e parlano ancora di oggi. È l’inattualità attuale di Riccardo Lombardi. L’ossimoro qui è reale e ci serve per non arrenderci all’ordine delle cose esistenti e alla miseria della politica dei nostri giorni. Ci serve per non arrenderci al senso comune travestito dalle “novità epocali” che ci hanno travolto. C’è, di certo, l’inattualità di quel grande Novecento sconfitto e concluso, ma questo non ci preclude il beniaminiano balzo di tigre. È l’operazione che ci consentirebbe di riprendere dentro il Novecento i brandelli di storia ancora carichi di futuro. Non ha scritto Franco Fortini: «L’Internazionale fu vinta e vincerà»? Sì e quando rinascerà in Europa una sinistra anticapitalista, socialista, certo sarà ancora debitrice nei confronti di Riccardo Lombardi.