Migliora faticosamente lo stato di salute del Paese, ma non migliora per niente lo stato di salute, pure già così provato, della politica. Essa è risucchiata tutta nell’immediatezza delle necessità e misure d’urgenza in un ingombrante dibattito – si fa per dire – sui suoi confini e sui suoi poveri connotati, sommersi essi medesimi nell’orgia dei dati sull’andamento del virus e sull’inflazione del parere degli esperti, come assurti a una specie di tribuna politica. Il risucchio della politica nell’immediatezza della quotidianità della malattia tenta di essere nascosta da un conflitto, a sua volta malato, tra il governo e le opposizioni e tra le diverse forze politiche.

Un conflitto inerte, di cui la caratteristica più evidente è la strumentalità che riempie il vuoto di un confronto e di un conflitto su diverse opzioni strategiche, con le quali affrontare il problema dell’uscita dalla crisi. L’oscillazione tra l’adesione al principio di autorità e la messa in atto della rissa è a sua volta impedente la capacità di portarsi a livello della grande sfida inesorabilmente proposta dalla radicalità della crisi. Il governo si fa torre in assenza di popolo, sostituito dalla maggioranza silenziosa espressa dal consenso virtuale dei sondaggi. Le opposizioni, come fossero consapevoli dell’impotenza a cui sono condannate dalla mancanza di una reale alternativa, vi concorrono vieppiù con il prevalente ricorso all’urlo e in certe occasioni, anche a qualche sgangheratezza. Solo se si guarda oltre all’Atlantico nel conflitto sulle misure di contenimento si può rintracciare un qualche fondamento ideologico di cui però si può solo avere paura.

Partigiani estremi di Bolsonaro, e forse anche di Trump, hanno adottato comportamenti violenti e aggressivi contro chi garantiva le misure di contenimento, in nome dell’assolutizzazione della libertà individuale contro la cultura della comunità, la società, lo Stato. Più banalmente, per fortuna, tutto il conflitto ruota qui oggi attorno al governo. A quello che c’è e quello che si vorrebbe al suo posto. Ma questo non salva la politica, anzi ne aggrava la malattia. Per oltrepassare la sua crisi, ormai evidente, bisognerebbe saper uscire dalla crisi del virus e affrontare la crisi della società, che l’ha preceduta e che ora viene da quella resa drammatica.

L’inquietudine, la sofferenza delle popolazioni viene dalla paura del contagio, dalle condizioni sociali di incertezza, di deprivazione e di povertà a cui sono costrette per tanta loro parte, ma, allo stesso modo, viene da non potere più sapere quale sarà il futuro che le riguarda direttamente. Solo portandosi interamente su questo terreno, la politica può sperare di ritrovare il senso perduto. Questo richiederebbe la messa all’ordine del giorno della costruzione in Europa e in Italia della società da fare fuoriuscire dalla crisi. Ma se così, bisognerebbe liberarsi preliminarmente dai lacci e lacciuoli che legano la politica nell’emergenza. Altro che unioni nazionali, altro che Union sacrée.

Lo dico con tutto il rispetto che meritano coloro che, temendo il peggio, gli fanno appello, cercando così di preservare un livello minimo di civiltà politica. Ma il problema è che, dovendo affrontare le questioni che riguardano la struttura della società, le scelte di fondo della politica economica, la qualità dello sviluppo, il rapporto tra le classi sociali, la politica torna in campo solo se sa proporre delle alternative su cui confrontarsi, scontrarsi e al fine scegliere. Anche la partecipazione popolare a queste grandi scelte non può che passare per il conflitto sociale e politico. Solo così si potrà ristabilire un rapporto attivo, fecondo, tra la società civile, la politica e le istituzioni.

Si fa spesso un riferimento del tutto improprio al Piano Marshall, ma bisognerebbe ricordare che negli anni 50, la ricostruzione passava anche attraverso i licenziamenti di massa e e i licenziamenti politici contro comunisti e socialisti; passava per la repressione operata dalla Fiat di Valletta sugli operai, come quella organizzata contro le lotte bracciantili nel Sud del Paese. Bisognerebbe ricordare che la polizia sparava sugli operai in lotta e che la competitività delle merci da riguadagnare veniva pagata anche dalla precipitazione nella povertà dei lavoratori considerati “esuberanti” e da quel che si chiamava “super-sfruttamento”. E bisognerebbe altresì ricordare che contro la politica liberista di Einaudi si levò il Piano del lavoro di Giuseppe Di Vittorio che, al di là del giudizio sul medesimo, ebbe il merito straordinario di indicare alle masse, come alla classe dirigente del Paese, un’altra idea politica economica e sociale e, contemporaneamente, di offrire alle lotte sociali, alla resistenza, una sponda a cui appoggiarsi e con la quale farsi forza.

Allora proporrei che, invece di riferirsi impropriamente al Piano Marshall, si indichi, se proprio si vuole trovare un’ispirazione storica, il piano del lavoro della Cgil di Di Vittorio del 1949-50. Persino nella sua attivazione di una eccezionale comunità di ricerca per la definizione del piano, nel suo rapporto tra intellettuali, politica e popolo potrebbe ricavarsi ancora qualche lezione, non solo per il sindacato, per un partito, ma per il governo del Paese, per la politica, insomma. Per vedere la luce bisogna passare per una contesa aperta, alla luce del sole, tra ipotesi politiche diverse e far vivere la democrazia nella scelta di una tra esse. Sarebbe una contesa nella quale possono nascere, se si vuole, una destra e una sinistra degne di questo nome.

Spesso si chiede di dismettere un tema, un obiettivo, perché lo si considera divisivo. Se lo fosse, sarebbe invece già una buona ragione per adottarlo, proprio perché proporrebbe una scelta, cioè il fondamento della vita democratica. Ci vorrebbe un piano. Non dico il Piano Meidner, quello nella Svezia di Olof Palme, che si propose di affrontare la necessità di mettere in moto una straordinaria e prolungata capacità di investimenti con una radicale riforma dell’impresa e con la partecipazione alla proprietà della stessa da parte dei lavoratori, ma almeno ci vorrebbe una proposta di un piano pubblico per i prossimi 5-10 anni.

Fine della prima parte/ Continua

Politico e sindacalista italiano è stato Presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008. Segretario del Partito della Rifondazione Comunista è stato deputato della Repubblica Italiana per quattro legislature ed eurodeputato per due.