Un nuovo protagonista sta occupando la scena pubblica italiana. In realtà, sotto questa apparenza, tutt’altro però che irrilevante, si nasconde un fenomeno non meno importante: una metamorfosi politica, nella quale un vecchio protagonista, cambiando la propria forma, conserva l’antica identità e riappare sulla scena quando meno te lo aspetteresti. La Confindustria di Carlo Bonomi si propone, rompendo tutti i modesti schemi delle relazioni sociali di questi ultimi anni, come un nuovo soggetto politico. Si sottrae alla cultura della concertazione, prende di punta il governo per indurlo a una totale sudditanza alla sua filosofia di impresa, riapre senza nessuna remora la contesa sul lavoro. Il sindacato non è neppure considerato. Così, sotto l’abito innovatore del nuovo soggetto politico, la Confindustria di Bonomi riporta in vita il padrone del vapore, ma persino, cambiando quel che c’è da cambiare, il padrone delle ferriere. La rottura è evidente.

È vero che in tutta la complessa storia della Confindustria, in tutto il lungo dopoguerra italiano, caratterizzato da un alto livello della lotta di classe, non sono certo mancate sue fasi e componenti estremistiche. Ma, senza che sia una giustificazione, anzi, l’impresa era a volte sfidata da un conflitto che ne metteva in discussione il potere medesimo. In alcuni casi, penso ad esempio alla Federmeccanica di Felice Mortillaro, che si trovò a fronteggiare la straordinaria stagione del sindacato dei consigli, per poter reggere alla prova con il suo estremismo di impresa, dovette mettere mano a una vera e propria costruzione ideologica, a un rigoroso apparato teorico. Eppure, anche in quel caso, quell’opzione estrema fu sconfitta. Oggi, una Confindustria disarmata culturalmente, ma incoraggiata dal lungo rovesciamento del conflitto di classe, sembra riecheggiare come in una tardiva vendetta su un suo antagonista storico, quel “Cosa vogliamo? Vogliamo tutto!”.

Così, con questa metamorfosi, la nuova Confindustria si propone come un nuovo soggetto politico. L’azzardo è grande, perché, nel suo stesso campo, molto va nella direzione opposta, o almeno, diversa. Quelli che vengono chiamati corpi intermedi non godono di buona salute. La disintermediazione ha prodotto effetti diversi sui suoi diversi attori, ma tutti ha logorato e indebolito, mentre si è aperta una crisi di partecipazione al loro interno. Può essere che il processo di disintermediazione sia ormai in panne, ma ciò che emerge dalla sua crisi non sono le organizzazioni tradizionali, bensì altre forme organizzate, come le medie imprese, come le città.

Il mercato e l’impresa sono oggettivamente sotto schiaffo. La crisi della globalizzazione ne ha rivelato i limiti, le contraddizioni e i guasti che ha prodotto. Un’intera letteratura di critica di denuncia si è diffusa sull’argomento. Anche i difensori più accaniti dell’impresa e del mercato hanno dovuto dotarsi di un bagaglio critico per ridefinirne un ruolo più accettabile nel tempo presente. L’esplodere della diseguaglianza e la crisi sociale le hanno messe sotto accusa. La crisi da virus li sta ancora aggravando e rendendo sempre più intollerabili. Infine, si è aperto un rilevante fronte critico all’interno dell’impresa e proprio ai vertici dell’impresa mondiale.

Tutti ricorderanno il consesso dei Ceo delle maggiori e più innovative aziende del mondo, che ha affermato la necessità di un cambiamento di fondo nella gestione delle imprese: meno attenzione ai profitti e agli azionisti e più attenzioni ai salari dei lavoratori e all’ecologia. Si sa che tra il dire e il fare c’è una qualche differenza. Tuttavia, la tesi e la conferma che l’impresa così com’è è diventata indifendibile dai suoi stessi sostenitori. L’ha detto perfino Klaus Shwab, il guru del World Economic Forum di Davos, un tempo luogo presidiato dai sacerdoti della globalizzazione capitalistica. Ebbene, la Confindustria di Bonomi si propone di diventare soggetto politico andando in direzione opposta. L’azzardo è pari alla pericolosità della scelta per il Paese. Il capo della Confindustria propone il più totale laissez faire, laissez passer, quando il mercato è impedito, quando la domanda interna deve essere alimentata dallo Stato e quando l’impresa deve ricorrere a finanziamenti pubblici a volte addirittura per poter sopravvivere.

Lo Stato, la società, la comunità dovrebbero, secondo questa politica, servire l’impresa, rinunciando persino, non dico a indirizzarla, ma soltanto a condizionarla. Eppure, contribuire e perseguire obiettivi di giustizia sociale, di qualità dello sviluppo e perseguire il bene comune è, non solo per i critici di impresa ma per la nostra Costituzione repubblicana, la fonte della legittimazione dell’impresa. Neppure Guido Carli, quando proponeva, avviando una politica di restaurazione, di liberare l’economia dai lacci e dai lacciuoli che la imprigionavano, pensava così estremisticamente un liberismo d’impresa, come quello che propone la nuova Confindustria. I condizionamenti progressivi che l’impresa può subire sono dall’alto quello dello Stato, dal basso quello del conflitto, della contrattazione sociale. Il nuovo soggetto politico confindustriale soffre di un delirio di onnipotenza. Ridotto lo Stato a condizione servile, vorrebbe fare dei lavoratori una variabile dipendente dell’impresa, della ripresa oggi, della competitività oggi e domani.

Servo lo Stato, nuovi schiavi i lavoratori. Ne hanno dato il senso, precise dichiarazione del presidente della Confindustria, in particolare quello con cui mette in discussione radicalmente lo stesso contratto nazionale di lavoro. Ma stiamo al classico, parliamo di salario e di orario di lavoro. I sindacati degli alimentaristi, alle prese con il rinnovo del contratto, hanno avanzato una ragionevole richiesta di aumento salariale. La risposta non è stata un confronto nel merito della richiesta, ma l’accusa da parte di Bonomi rivolta a quei sindacati di essere irresponsabili. Un’accusa di irresponsabilità per una normale rivendicazione contrattuale. La crisi da virus pesa duramente sulla condizione del lavoro. Ora, nella prima fase di ripresa di produzioni si stanno riorganizzando i turni di lavoro su sette giorni, invece che sui cinque tradizionali. La riduzione dell’orario dovrebbe, quindi, necessariamente accompagnarla. Tutti possono capire che le ore si contano, ma anche si pesano.

Lavorare di notte è diverso che lavorare di giorno. Di domenica è diverso che di lunedì. La Confindustria propone subito uno sbarramento, fondato su che cosa? Solo sul comando di impresa. Il nuovo soggetto politico si fa un po’ inquietante. E poi c’è chi sta ancora peggio dei lavoratori tradizionali nel nostro Paese, e particolarmente, nel tempo della crisi. Disoccupati, precari, lavoratori intermittenti, lavoratori in cassa integrazione, in cassa integrazione in deroga, donne e uomini che spesso ancora non hanno percepito nulla di quel poco che era loro dovuto per legge, soli senza un contributo sociale degno di questo nome, che forse, appena ora, in qualche misura, si annuncia.

Il nuovo soggetto non gradisce, quei soldi dovrebbero, secondo lui, più utilmente andare all’impresa, e sola ad essa. L’impresa per sé, tutto per l’impresa. Non solo chi vive di lavoro. Neanche chi vive in povertà dovrebbe essere portatore di diritti, perché i diritti dovrebbero essere tutti assorbiti nell’impresa, secondo la concezione totalitaria proposta dal nuovo soggetto politico. Un tempo questo campo sarebbero stato quello dei falchi, ma ora dove voleranno le colombe?