Basta pronunciare le prime parole che dovrebbero concorrere alla scelta di una nuova politica economica per avere presente quali interessi verrebbero in essa coinvolti, quali assetti di potere e quali ordini di problemi sociali, economici e istituzionali. La prima è programmazione. Parola chiave dei riformatori in tutti i Paesi europei degli anni 60: l’ultima stagione di transizione in cui si provò dall’alto, dall’istituzione democratica dei governi a avviare un nuovo corso, pur alla fine fallendo nell’impresa. Ora, nel pieno di una crisi che rende incerta anche la ripresa economica, che mette a dura prova le istituzioni, a partire da quelle dell’unità europea, e che nell’esplosione delle diseguaglianze vede manifestarsi una crisi sociale destabilizzante, programmare l’economia per il futuro delle nostre società, diventa un’esigenza vitale.

Il mondo di ieri, quello dell’affermazione senza condizionamenti, del capitalismo finanziario globale, non è riproducibile, sia per gli esiti a cui ci ha consegnato, sia per la crisi in cui già versava. Bisogna programmare un ordine nuovo: i fondamenti di quello vecchio sono stati messi tutti in discussione, non dal pensiero critico e neanche dai conflitti sociali che pure li hanno scossi duramente. Semplicemente e drammaticamente non reggono più.
Bisogna porre mano al cosa, al come, al dove, e per chi produrre. E non basta ancora. Questo nuovo assetto della produzione dovrà essere cercato e progressivamente trattato lungo una rigorosa linea ecologica in un nuovo rapporto tra l’uomo e la natura, tra la produzione, il consumo e la natura. La stessa gerarchia dei consumi va riorientata. La cura, la manutenzione delle persone, dell’ambiente, delle cose, dei borghi delle città costituiscono esse stesse la leva di un diverso modello di sviluppo, nel quale la valorizzazione delle diversità e delle differenze, dell’affettività di un rapporto diverso tra uomo e donna, capace di raccogliere le sollecitazioni dei femminismi, possano fungere come un lievito.

Se in basso, questa prospettiva chiama in causa una ripresa del conflitto sociale e un nuovo ruolo protagonista del sindacato e degli attori sociali, in alto chiede un ruolo protagonista del pubblico. La programmazione dovrebbe allora indicare gli obiettivi strategici da realizzare, i tempi della loro realizzazione, la relazione tra i soggetti in campo, al fine di potervi concorrere. Cioè, dovrebbe mettere in campo un programma di cambiamento e chiamare all’opera, a questo fine, il suo primo attore: lo Stato, che proprio in quest’opera dovrebbe trasformare in primo luogo se stesso.
Lo Stato, il cui intervento nell’economia è stato demolito, prima dalle politiche liberistiche, poi dalle politiche di austerity e infine demonizzato, è stato ora prontamente richiamato al lavoro con l’esplodere della crisi da virus. Il capitalismo mostra ancora una volta la sua straordinaria adattabilità e la politica, come l’intendenza, segue. Ma l’intervento pubblico resta pur sempre un terreno di scontro.

Nell’emergenza lo sono la quantità e la qualità del sostegno alle imprese che, va da sé, per le stesse dovrebbe essere sostanzialmente incondizionato. Ma soprattutto resta aperto lo scontro sul dopo. Se, cioè, l’intervento dello Stato dovrà ritornare nei suoi ranghi dopo l’emergenza, oppure dovrà riappropriarsi di un nuovo e forte protagonismo. La programmazione glielo restituirebbe per intero, almeno concettualmente. Due, in particolare, sarebbero i punti di rottura rispetto alla realtà presente. Il primo è la riorganizzazione di una sua presenza diretta, da protagonista, al fine di creare nuova occupazione e di innovare l’economia e il sociale. Una presenza che già oggi si rivelerebbe necessaria, a partire dalla nascita di una banca di investimenti pubblici, fino alla nazionalizzazione di una presenza farmaceutica che possa andare dalla produzione fino alla distribuzione del farmaco. La presenza del pubblico potrebbe aprire prospettive diverse, anche rispetto alle aziende in crisi, suscettibili, di processi e conversione. L’Iri di Alberto Beneduce non fu affatto una cattiva reazione.

La seconda è una capacità di indirizzo per far convergere diversi attori economici e sociali, a partire dalle imprese private, verso gli obiettivi della programmazione, e per il quale il pubblico non dovrebbe essere solo un profeta disarmato. Alla programmazione e al nuovo ruolo dello Stato si dovrebbe aggiungere almeno, per dare una qualche organicità al mosaico, il tema del governo, della partecipazione, della cooperazione. E si dovrebbe attraversare ogni aspetto della vita sociale, del pubblico come del privato, della cura come della produzione, di quella materiale come di quella virtuale, di quella a cooperazione diretta dei lavoratori nello stesso luogo di lavoro, come a quella a distanza. Di tutto questo, di un orientamento riformatore che andrebbe affermato con urgenza e potenza è già in campo, invece, la rivendicazione del suo contrario.

L’uomo forte della Confindustria, Carlo Bonomi, ne ha indicato la base rispetto al lavoro: «Ridefinizione dal basso dei turni, degli orari di lavoro, del numero di giorni di lavoro settimanale in questo 2020, da fissare in ogni impresa e settore al di là delle norme contrattuali». Altro che programmazione, neanche il contratto dovrebbe restare in vita per l’attuale partito dell’impresa.

Seconda parte/Fine