Fra poco saranno cent’anni dalla nascita e ovviamente a chi c’era sembra ieri: Giacomo Brodolini inventore, creatore di un oggetto clamoroso e misterioso: lo Statuto dei diritti del lavoratori. Oggi, detto così, sembra un nome enfatico e burocratico, ma i tempi erano il 1969, l’anno dell’autunno caldo per la scadenza dei contratti, ma anche l’anno dell’inizio di una cosa che non si era mai vista né sentita: il terrorismo. Cominciò con una bomba carta davanti al Senato ad agosto, poi ci furono alcuni botti qua e là e di colpo – fatto enorme, mai del tutto chiarito malgrado milioni di pagine e lunghi processi – la strage in una banca a piazza Fontana a Milano. Brodolini nel 1969 sapeva già di star per morire di cancro (si sarebbe spento in una clinica svizzera di lì a poco) e decise di passare la notte dell’ultimo dell’anno con gli operai dell’Apollon in sciopero. Ai suoi tempi, esisteva ancora un Partito socialista che competeva con il Partito comunista e fra i due partiti girava la famosa “cinghia di trasmissione” che era la Cgil, il sindacato rosso in cui comunisti e socialisti convivevano anche nei momenti più duri della loro lunga e poco fraterna competizione.

Stalin, durante i due anni di alleanza con Hitler dal settembre del ’39 al giugno del ’41 quando i tedeschi invasero l’Urss capovolgendo i fronti della guerra, aveva dichiarato guerra ai socialisti occidentali che solidarizzavano con i governi borghesi delle democrazie occidentali, chiamandoli «social-fascisti», definizione sprezzante cui Palmiro Togliatti, allora numero due a Mosca del Comintern, aderì. Poi Togliatti fu rispedito in Italia per aprire a tutte le forze antifasciste anche di destra e la pace fu fatta fra i due partiti che combatterono insieme nella guerra di Liberazione, anche se molti socialisti portavano i fazzoletti tricolori di Giustizia e Libertà del Partito d’Azione e Brodolini era uno dei loro: Partito d’Azione come Riccardo Lombardi, Francesco De Martino e tanti altri. Fra socialisti e comunisti c’erano differenze sostanziali e spesso i primi erano più “a sinistra” dei comunisti, come accadde per lo Statuto dei lavoratori dove la parte socialista della Cgil, che era minoritaria, fu dominante anche sulla parte comunista guidata da Giuseppe Di Vittorio. E Giuseppe Di Vittorio aveva già pagato, da comunista, un alto prezzo per la sua amicizia con i socialisti e con lo stesso Brodolini.

Era accaduto per i cosiddetti “fatti d’Ungheria” dell’ottobre del 1956, quando una rivolta guidata dai leader comunisti ungheresi contro l’oppressione dell’occupante sovietico, portò ad un cambio dei vertici del partito comunista ungherese. Nikita Krusciov era da poco succeduto a Stalin dopo una breve lotta di potere e non si sentiva nell’animo di procedere in modo staliniano, con un intervento armato. Il Pcus era diviso e a fare la differenza furono due leader non sovietici: il presidente cinese Mao Zedong e il leader comunista italiano, Palmiro Togliatti che fecero pendere la bilancia dalla parte dell’intervento che avvenne con estrema violenza e schiacciò nel sangue sotto i cingoli dei carri armati la rivolta degli operai e degli studenti di Budapest. Questo evento spaccò la sinistra italiana perché fra i socialisti soltanto Lelio Basso e Giorgio Vecchietti espressero una linea di “comprensione” per l’intervento e per questo furono marchiati con il nomignolo spregiativo di «carristi».

Non soltanto Giacomo Brodolini non era un carrista e si indignò moltissimo, ma trascinò nella sua indignazione il segretario comunista della Cgil Giuseppe Di Vittorio, il quale sottoscrisse il messaggio preparato da Brodolini con un linguaggio molto esplicito di condanna e «profondo cordoglio per i caduti nei conflitti che hanno insanguinato l’Ungheria» a causa «dell’intervento di truppe straniere». Di Vittorio aveva appoggiato il socialista Brodolini il quale faceva anche parte della Direzione socialista e quindi si ripropose di nuovo la questione del “social-fascismo” anche se in termini capovolti. Inoltre, il Psi di cui Brodolini era un dirigente e poi un vice segretario, era diventato da alcuni anni un partito di governo, avendo accettato l’unico compromesso storico che abbia funzionato, e cioè la coalizione di governo che vedeva i socialisti fino a quel momento chiamati «socialcomunisti» per la loro alleanza nel Fronte popolare, insieme ai democristiani di Aldo Moro, malgrado le aperte riluttanze di Amintore Fanfani, che rappresentava insieme i sentimenti più conservatori e le posizioni più avanzate dal punto di vista sociale. No, non era facile a quell’epoca dividersi con chiarezza e stabilire chi fosse più a sinistra di chi. D’altra parte, era arrivato lo tsunami del Sessantotto, con tutte le sue frange ribellistiche e rivoluzionarie che avevano messo in crisi la sinistra comunista.

Antonio Giolitti, figlio dello storico presidente del Consiglio prefascista Giovanni Giolitti. Antonio era stato il più vicino collaboratore di Togliatti, molto fiero di averlo al fianco come simbolo della continuità del suo partito con la democrazia liberale. Quando vide che Togliatti aveva vinto e applaudito la repressione dell’Armata Rossa sugli insorti ungheresi, ruppe con pochi altri formando una mini-secessione dal Partito comunista, che trasmigrò nel Psi di Pietro Nenni, Riccardo Lombardi e Rodolfo Morandi. I due partiti avevano entrambi la falce e il martello nel simbolo (sarà Craxi a togliere «tutta quella ferraglia russa») frutto dell’antica posizione pro-bolscevica, che nel Psi si aggiungeva al libro aperto – simbolo dell’istruzione come fonte di elevazione sociale – e il sole inteso come Sol dell’Avvenir.

Ero allora nei miei secondi anni Venti ed ero un redattore dell’Avanti! che aveva sede in Vicolo della Guardiola e usava l’antica rotativa dell’Avanti di Milano che era stata portata via dai nazisti in fuga e poi recuperata. Le riunioni con Brodolini, Nenni e talvolta Riccardo Lombardi avvenivano spesso in un salone densamente affumicato ed erano riunioni lunghissime, di una qualità e di uno spessore oggi non riproducibile, o forse soltanto inutile. Nella galleria storica dei direttori dell’Avanti! era stata mantenuta la foto di Angelica Balabanoff ma non quella del suo partner nella direzione Benito Mussolini. La Balabanoff, cosa molto curiosa, dopo essere stata membro del Partito bolscevico a Mosca, dopo la guerra rientrò nel Partito socialista italiano e di lì partecipò nel 1947 alla scissione anticomunista di Giuseppe Saragat a palazzo Barberini dove fondò il Partito socialista democratico italiano, con cui noi socialisti di allora dovemmo riconciliarci, ma sempre guardandoci in cagnesco.

Saragat all’epoca del varo dello Statuto dei Lavoratori era diventato presidente della Repubblica e per la sua nota passione per il vino si diceva che facesse l’alzabandiera con bianco rosso e verdicchio, ma dettò un solenne epitaffio in memoria di Giacomo Brodolini e del suo Statuto dei lavoratori. Quello Statuto, che pochi anni più tardi fu riconosciuto difettoso in molte sue parti e poco adatto all’economia moderna che prevede una fisiologica mobilità, inserì in maniera definitiva nella legge italiana i diritti fondamentali in particolare in materia di assunzione e di licenziamento dei lavoratori, rendendo quest’ultimo quasi impossibile. Rimproverato dal leader repubblica Ugo La Malfa, Brodolini rispose che i socialisti erano effettivamente di parte: «Da una parte sola, quella dei lavoratori».