I ciclofattorini di Uber Eats possono cantare vittoria. Il Tribunale del lavoro di Torino ha riconosciuto ai rider che consegnano piatti pronti il diritto al riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato: è questo il senso di una sentenza con cui il tribunale ha condannato una società collegata, la Uber Italy, al termine di una causa promossa da dieci ciclofattorini.

Ai ricorrenti, l’azienda dovrà quindi versare la retribuzione e le indennità corrispondenti al periodo di lavoro svolto. I giudici, invece, hanno rigettato le istanze relative alla sicurezza sul lavoro e alle dotazioni che i ciclofattorini avevano richiesto, come casco e protezioni.

I rider avevano anche chiesto un risarcimento per la violazione della privacy determinata dall’uso dell’app per la gestione delle consegne, ma anche questo punto non è stato riconosciuto dal giudice.

Le conversazioni shock

Insulti razzisti e violazione dei diritti dei lavoratori. Sono questi i contenuti shock dei dialoghi e delle conversazioni della chat “Amici di Uber”, in cui si organizzava il lavoro dei rider, rese note con la sentenza.

“Quei tre schifosi vanno bloccati o quantomeno sentiti e puniti con il 50 per cento sulle ore, altrimenti il problema resterà”. E ancora: “Senti il cliente, il McDonald’s di Ostia, si lamenta un sacco, dice che puzzano troppo, che sono impresentabili, descrivono il corriere come un senzatetto maleodorante”, sono alcuni frammenti delle conversazioni pubblicati da Repubblica.

“E’ stata fatta giustizia”

I rider, nel dare impulso all’attività giudiziaria, hanno raccontanto di essere stati pagati tre euro a consegna, dovendo rispettare ritmi massacranti per evitare di essere multati senza vere giustificazioni. I ciclofattorini erano costretti a lavorare in qualsiasi condizione, sotto la pioggia, al freddo, ma senza assicurazione e senza tutele. In caso di incidenti, l’azienda si sollevava da qualsiasi responsabilità.

Soddisfatta l’avvocato Giulia Druetta, che ha assistito i ricorrenti insieme al collega Sergio Bonetto: “è stata fatta giustizia di una condizione di lavoro fuori da ogni parametro che getta vergogna sul nostro Paese“, ha detto la legale commentando la sentenza.

Dalle carte dell’inchiesta penale di Milano – sottolinea – è emerso che ai rider ci si riferiva con termini quali ‘schifosi’ o ‘senzatetto maleodoranti’. Ora vedremo come andrà il processo. Ma dal punto di vista dell’inquadramento lavorativo mi sembra chiaro, visto che noi parlavamo di fatti avvenuti ancora nel 2020, che la situazione, nonostante il decreto legge del 2019, non può dirsi risolta. La piaga è da sanare“.

Ma è il primo passo di una lunga battaglia. “Si tratta di una causa pilota – ha aggiunto il legale – oltre a questi dieci lavoratori in Italia ce ne sono in tutto 753 e hanno tutti diritto allo stesso inquadramento e trattamento economico riconosciuto dal Tribunale di Torino” ai dieci fattorini che hanno intentato causa.

Nel frattempo è in corso a Milano un procedimento penale per caporalato e sui tornerà in aula il prossimo 17 dicembre.

 

 

 

Redazione