È diventato subito il darling d’America, Pete. Così serio e così gay (sono sposato con un musicista magnifico) dotato di senso dell’umorismo, fa duetti con i comici. Il suo vero problema non è essere gay, che anzi è un fattore più propulsivo della Rivoluzione d’Ottobre. Ma il fatto che parli sei o sette lingue, fra cui un modesto italiano gestuale. Ma chi conosce l’America lo sa: se uno parla molte lingue, non è guardato bene: «Perché sei così pieno di doppiezze? Sei un diplomatico? Un agente del governo? No? E allora non è una cosa simpatica che tu sia poliglotta: English, please».
E poi quel cognome. Quando è saltato fuori come il probabile vincitore di quel gran pasticcio del caucus dell’Iowa (un po’ quadriglia e un po’ slot machines con l’App per cellulari andata in tilt perché pochi ricordavano la propria ID Apple) la prima cosa che hanno fatto gli anchorman and women degli schermi, è stato il numero a ripetizione: «E adesso, questo qui, come cavolo si pronuncia? Batt? Ghieg? Gègh? Gig? Bettigho… Scusate -ahaha- nessuno lo sa. Ce lo può dire lei in persona, signor sindaco?».

E Lui, serafico e addestrato risponde: «Chiamatemi semplicemente Pete. Anzi, Pe». Tutti ridono sollevati. Lo sketch sul nome impossibile (un nome maltese di una famiglia che si trasferì da La Valletta ai tempi di Dom Mintoff) ha fatto il giro degli States e alla fine ha portato punti-simpatia. Il ragazzo è veramente un gran bravo ragazzo. Certo, è gay e le signore d’età protestano intervistate per strada: «Ma come sarebbe, che è sposato con un uomo? La Bibbia dice che l’uomo deve sposare la donna, non un uomo. Io non posso votare per uno che va contro la Bibbia». Si era sparsa la voce che la sua famiglia fosse «semitica» e in effetti lui è proprio l’immagine del bravo ragazzo ebreo cui ogni buon padre ebreo vorrebbe maritare la figlia, ma invece è protestante episcopale, una chiesa molto sociale con molto volontariato, altruismo. Molti afroamericani sono episcopali. Ma la cosa fondamentale, la più americana, è che Pete incarna l’outsider, il vincitore a sorpresa. Gli americani amano l’outsider che sbuca dal nulla (ed è il caso di Pete) e l’underdog, cioè quello che parte svantaggiato e poi rimonta.

L’eroe americano è l’uomo che fugge e tutte le radio locali lo proteggono e lo descrivono come chi arriva al successo dal nulla. E poi, l’uomo straricco sfondato come Donald Trump ma anche come Bloomberg che ha ancora più soldi di Trump, perché l’americano pensa che se ha fatto tanti soldi, vuol dire che ci sa fare. Gli altri, nella mentalità popolare, sono i loser, gli sfigati, quelli che non combinano nulla di buono, non emergono. Pete è il contrario del loser: potrebbe diventare Presidente degli Stati Uniti, anche se dubitiamo che possa farcela al primo giro perché, anche in questo, c’è una tradizione.  Il giovane emergente a sorpresa sbuca fuori, si fa le ossa, spaventa l’establishment e alla fine del primo round, però, perde, Ma ha accumulato tante di quelle energie e fondi, e attenzione da essere prontissimo a vincere il round successivo del 2024, quando i repubblicani probabilmente schiereranno una donna nera di destra, la vincitrice di tutti i duelli televisivi Candace Owens, nera come l’ebano accusata dalle ragazze bianche con gli occhi azzurri di essere una white suprematist. Pete ha spiazzato e sparigliato. C’è stata molta incertezza per sapere se davvero avesse battuto ai decimi percentuali Bernie Sanders – primo candidato apertamente socialista d’America – mettendo nel sacco tutti gli altri, con Joe Biden all’ultimo posto perché il boomerang dell’impeachment contro Donald Trump ha avuto un solo effetto: l’ex vicepresidente di Obama che ha fatto affari in Ucraina insieme al figlio, ne è uscito macchiato, mentre Trump ne è uscito non solo illeso, ma rafforzato.

L’oroscopo dice che se di qui a novembre non ci saranno tragedie impreviste, crolli economici o una guerra, lo stellone di Trump brillerà con tutta la sua luce perché la disoccupazione è al 3,6 e Wall Street gode di piacere, la Cina è stata rimessa nei ranghi, i lavoratori sono contesi dalle aziende, lo Stato dell’Unione è nella sua fase luminescente. I ricchi sono più ricchi, i poveri meno poveri, l’orgoglio nazionale è tornato forte e i democratici sono nel panico. Trump è servito da parafulmine per tutte le accuse politicamente corrette che conosciamo. È stato ed è sbertucciato ogni giorno sulle vignette, dagli imitatori, dai moralisti e dagli opinionisti, è la bestia nera della Cnn e del New York Times, nonché del Washington Post, ma il risultato finale è che la sua zazzera gialla è al top del consenso popolare, che per lui non è mai stato altissimo, ma che in ogni caso regge e cresce anziché calare. Ed è questa situazione cristallizzata che ha prodotto Pete Buttigieg come idolo possibile. Ha tutto ciò che gli altri non hanno. Rispetto a Elizabeth Warren è un moderato ma saggio ecologista e modernissimo. Rispetto a Sanders è un giovanotto con la testa sulle spalle che non sogna di tornare a Lenin (il capo della campagna di Sanders è stato beccato dai social mentre spiegava che i Gulag sovietici sono stati una invenzione della Cia) e in più, proprio lui che è un gay dichiarato e discreto, ha accumulato sia esperienza militare nell’intelligence della Navy in Afghanistan, sia competenza amministrativa spicciola perché è il sindaco di una cittadina non famosa ma felice – South Bend nell’Indiana – da ben otto anni.

Suo padre, Joseph Buttigieg è la massima autorità in America sull’opera di Antonio Gramsci. Incredibile, ma vero. Il padre del possibile presidente è un gramsciano che ha certamente allevato questo figlio nel culto del fondatore del partito comunista d’Italia. Quando fa il numero del poliglotta, un intervistatore che si finge poliglotta anche lui gli chiede: «E italiano?». E Pete: «Comme no? sissì,, italiano, cerdamende…», con quella finta cadenza che secondo gli americani avrebbero gli italiani: un po’ meridionale e un po’ inventata. Nella notte dell’Iowa, Pete è stato perfetto: è uscito a sorpresa come un coniglio dal cappello dello zio Sam, portandosi uno stuolo di ragazze e ragazzi, gay e non gay, galvanizzati perché il candidato è giovane, carino, moderno, green, moderato, patriota, sicuro di avere solo lui la ricetta giusta per abbattere Trump come David abbatté Golìa.