Quale sia la ricetta, non è stato facile capire al di là della mitraglia ben recitata delle frasi fatte, buone come slogan, ma sempre con tono spiritoso, occhio limpido e intelligente, pronto a incarnare il nuovo, il futuro, mentre gli altri candidati sono dei vecchi come Bernie o attempati come Biden e la Warren.  Dunque le sue carte sono quelle del riformismo ecologico, tolleranza, inclusione, liberalismo di genere e di identità, un perfetto prodotto per ridare vita al partito di Nancy Pelosi che appare senza fiato dopo aver sparato tutti i fuochi d’artificio dell’impeachment che non sembra aver portato a casa nulla, salvo malumore e delusione. Pete Buttigieg ha 38 anni ed è un moderato creativo, pieno di idee: vuole portare il salario orario minimo a 15 dollari, vuole proteggere i lavoratori in nero e quelli fantasma e vuole tassare i redditi. Punta su un sistema sanitario economico soltanto per chi vorrà aderire, ma niente sanità pubblica obbligatoria che è stata più volte rifiutata dagli americani. Lo chiama «Piano Medicare for all who want it» (per chi lo vuole) e pensa di finanziarlo reintroducendo alcune delle tasse che Trump ha azzerato per le aziende, provocando il boom degli investimenti e dell’occupazione. Ha detto di poter mettere insieme in questo modo 1.400 miliardi di dollari. In politica estera vorrebbe riaprire il negoziato con l’Iran, anche se è dubbio che questo argomento sia ancora popolare e certamente una sua vittoria provocherebbe una reazione della piazza affari di Wall Street.

È seccamente ostile alla Russia di Putin «dove si vede che cosa succede quando si cerca di impiantare il capitalismo senza democrazia con strascico di xenofobia, omofobia e repressione sulla stampa» e non la pensa diversamente sulla Cina per la quale parla apertamente di contenimento militare: «Non dobbiamo guardare alla Cina come a un Paese con cui scambiare lavastoviglie, ma un Paese di cui bisogna scoraggiare l’aggressività mantenendo altissimo il livello del nostro esercito». Ciò detto: Biden è ancora forte nei sondaggi, Bloomberg deve ancora cominciare e probabilmente si ritirerà per proteggere il migliore in campo (che potrebbe essere proprio Pete) e Sanders si gioca una partita più o meno rivoluzionaria.  Di chi ha più paura il lupo cattivo Donald Trump? Per ora l’inquilino della Casa Bianca si sente come un lottatore di wrestling che ha appena sbattuto un avversario contro le corde prima di saltargli sul petto a talloni uniti. La ricetta delle tasse riportate al 35 per cento prospettata da Pete in questo momento non sembra popolarissima perché il taglio ai ricchi operato da Trump sembra davvero aver arricchito i poveri, e questo è il miglior paradosso-verità di una economia capitalistica avanzata e lanciata al massimo della velocità.

Pete Buttigieg sa tutto, studia e ha acconto a sé uno staff di gente giovane e brillante, software di prima classe e la faccia giusta per il messaggio giusto. Tutto è per lui possibile, almeno in questa prima fase in cui ha portato un lampo di novità. Ma è un moderato e l’America di sinistra oggi tende al radicale, punta al socialismo di Sanders o a castighi di Dio contro il denaro e chi lo possiede. Dunque, i prossimi mesi ci diranno molto non soltanto sul neonato Pete, ma sulla nuova America del Millennium, quando votano decine di milioni nati dopo l’11 Settembre, che guardano più a Marte che al passato.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.