Rimessa in libertà di Giovanni Brusca, day after. La politica coglie l’occasione per tirare dalla propria un po’ di consenso. Incide nella pietra Maria Falcone: “Brusca, il ‘macellaio’ che ha premuto il telecomando a Capaci, è libero. Lo prevede la legge, una legge che ha voluto mio fratello e che rispettiamo, ma restano il dolore, la rabbia e il timore che un individuo capace di tanto male possa tornare a delinquere”. Quel punto cardine, la legge voluta da Falcone, diventa il perno su cui tanti si agganciano.

Il segretario Pd Enrico Letta: «È stato un pugno nello stomaco che lascia senza respiro e ti chiedi come sia possibile. La sorella di Falcone ricorda a tutti che quella legge applicata oggi l’ha voluta anche suo fratello, che ha consentito tanti arresti e di scardinare le attività mafiose, ma è un pugno nello stomaco». Incisivo Alfredo Bazoli, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera: «I familiari delle vittime di Brusca, feroce macellaio di Cosa nostra, hanno tutto il diritto di esprimere dolore e indignazione. Ma la sua collaborazione ha consentito di colpire al cuore l’organizzazione. Lo sua liberazione è una vittoria dello Stato, non della mafia». E così Maria Elena Boschi: «Penso che le parole della sorella di Falcone debbano guidarci, è stata applicata una legge che Falcone volle. Dopodiché – ha aggiunto – è chiaro che ci fa male. Faccio fatica ad accettarlo. Ma chi sceglie la strada della Costituzione e dei diritti pensa che vadano rispettati non solo quando fa comodo».

Il leader della Lega Matteo Salvini coglie l’occasione per rimettere in discussione la legge sui pentiti: «Brusca libero? Se la legge lo prevede e lo permette, vuol dire che va cambiata la legge sui pentiti. A pochi giorni dal ricordo della strage di Capaci, a poche ore dalla Festa della Repubblica, avere per strada un pluriomicida, boss mafioso tra i più pericolosi al mondo non può essere compreso nell’Italia della ricostruzione post-Covid». Anche la presidente dei senatori di Forza Italia Annamaria Bernini e Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, parlano di “schiaffo alle vittime”. Anche il costituendo fronte dei liberali guidato dal Ple di Patamia è duro: «Brusca ha le mani che grondano sangue». Per l’ex procuratore antimafia Giovanni Grasso lo Stato ha comunque vinto tre volte, su Brusca: «La prima quando lo ha arrestato, era e resta uno dei peggiori criminali della nostra storia. La seconda quando lo ha convinto a collaborare: le sue dichiarazioni hanno reso possibili processi e condanne e hanno fatto emergere pezzi di verità fondamentali. La terza quando ne ha disposto la liberazione dopo 25 anni di carcere, rispettando l’impegno preso con lui e mandando un segnale potentissimo a tutti i mafiosi che sono rinchiusi in cella e la libertà, se non collaborarono, non la vedranno mai».

Per l’ex sottosegretario M5s alla Giustizia Vittorio Ferraresi «sul fine pena di Brusca non c’è tanto da aggiungere alle parole di Maria Falcone. Avrei preferito sentire più proposte e voci coraggiose dopo la pronuncia della Corte Costituzionale sull’ergastolo ostativo, visto che con quella si va nella direzione di concedere benefici anche a chi non collabora con la giustizia. Ogni giorno che passa il sistema di norme e controlli posto a contrasto della mafia è sempre messo più in crisi. Abbiamo presentato una proposta che reca la mia prima firma come Movimento 5 Stelle». Si accalora Claudio Martelli, che dopo Falcone era stato messo nel mirino dal pentito: «Vediamoli questi conteggi sulla base dei quali è stato scarcerato! Mi piacerebbe che venissero messi sul tavolo i conteggi di questo scambio tra Brusca e lo Stato. Qual è la proporzione tra questi benefici e il danno inferto alla società e allo Stato con 150 omicidi? Qualcuno al ministero della Giustizia dovrebbe mettere a disposizione le carte di tutta questa vicenda. Basterebbe un’interrogazione parlamentare…».

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.