Giuseppe Conte è lui o non è lui? Alla manifestazione di chiusura della campagna elettorale del Movimento compare sul palco con una coreografia peronista di canti e cori, magliette e bandiere inneggianti al “progressismo del popolo”. È un mutante, Conte-Camaleonte, capace di assumere e metabolizzare le sembianze di chi lo circonda. È un gran commis con la pochette tra gli alti papaveri. Un rigido conservatore di destra quando presenta i Decreti Salvini con il sodale leghista. Ieri sera, davanti alla piazza di sinistra – quella storica della sinistra prodiana, Santi Apostoli – era diventato il capopopolo descamisado dei populisti. Proprio come Woody Allen in Zelig, diventa chi non è per proprietà transitiva. E la stessa magia si infonde, a quanto pare, su chi lo circonda. A partire dagli uomini-simbolo di cui si è circondato ancora ieri.

L’ex magistrato Roberto Scarpinato, per esempio. Un uomo che tiene tanto alla correttezza delle informazioni che circolano sul suo conto. Puntualizza i dettagli, si accerta che venga scritta la verità. E fa bene. Gli deve dunque essere sfuggita la pagina di Wikipedia che lo riguarda. Nella biografia pubblica di Scarpinato indicizzata da Google – come risulta effettuando una ricerca mentre scriviamo – si legge infatti: «Inizia la carriera in magistratura nel 1978. Dopo avere prestato servizio presso la Procura della Repubblica di Palermo nel 1989 entra a far parte del pool antimafia collaborando con Giovanni Falcone e con Paolo Borsellino». Colpiti, abbiamo fatto verifiche e chiesto ai più esperti. Non risulta affatto che Scarpinato sia mai stato un componente del gruppo. Non risulta ad esempio a Giuseppe Ayala, già sostituto procuratore a Palermo e pubblico ministero al primo maxiprocesso, che a domanda precisa risponde con un secco “No”.

Il pool antimafia venne ideato da Rocco Chinnici verso gli inizi del 1980 e dopo il suo assassinio venne guidato dal consigliere istruttore Antonino Caponnetto. Facevano parte del gruppo Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello Finuoli, Leonardo Guarnotta. In seguito, a causa del trasferimento di Borsellino alla Procura di Marsala, vennero cooptati anche Giacomo Conte, Gioacchino Natoli e Ignazio De Francisci. Il lavoro del pool ha fatto in modo che fosse celebrato il celeberrimo Maxiprocesso di Palermo, contro i criminali appartenenti a Cosa Nostra. «Nel pool antimafia c’erano solo i giudici istruttori, non la Procura della Repubblica. Scarpinato non avrebbe potuto far parte del pool», puntualizza l’avvocato Stefano Giordano. E allora come la mettiamo con quella pagina di Wikipedia? Contiene un errore vistoso, attribuisce a Scarpinato una prossimità con Falcone e Borsellino che in quei termini non c’era. Conoscendolo, si premurerà senz’altro di far correggere l’indebita attribuzione.

Anche per non lasciar cadere in errore un Giuseppe Conte smodatamente infervorato sul tema. Fu proprio da Palermo, per la prima volta alla presenza di Scarpinato, che il leader 5 Stelle si lasciò andare: «Siamo nati per fare la guerra alla mafia con il rigore dell’etica pubblica e l’intransigenza morale. Non accettiamo compromessi e su questo siamo pronti a far cadere il governo», aveva anticipato Conte l’8 giugno scorso, confortato dal consenso dei magistrati presenti, cinque settimane prima di realizzare il suo piano. Ieri è tornato sulle sue parole d’ordine: il Reddito di cittadinanza, il cashback fiscale “per avere subito uno sconto sulle spese sanitarie e veterinarie”, il salario minimo. Si vota col portafogli e non con la testa, sembra aver capito Conte. Tutto come da copione, peccato per quelle due gaffe dal palco. Presenta Scarpinato come simbolo di lotta alla mafia dimenticando la vicenda della casa di famiglia venduta a un indagato per rapporti con Cosa Nostra. Poi Conte rivela, affannato dopo tanti camuffamenti e iperboreato dall’esultanza della piazza, come in un moto liberatorio, la sua autentica propensione. E sulla Russia cade anche il suo velo.

«Proprio perché l’Ucraina non poteva difendersi a mani nude dicemmo all’inizio di sì alle sanzioni ed all’invio delle armi anche se siamo pacifisti. Ma ora l’evoluzione attuale ci dice che la strategia decisa a Washington con la complicità di Londra che la Ue sta subendo passivamente ci porta ad abbracciare il rischio di una escalation militare». Le responsabilità di Putin non le vede. Non esistono, dall’alto del palco di Santi Apostoli, coperte da troppe bandiere. «Siete venuti in tanti da Napoli, dalla Calabria, dalla Sicilia», grida. Si sente, in cuor suo, Achille Lauro. Qualcosa l’ha dato, lanciando il reddito di cittadinanza con il suo governo. Qualcos’altro lo darà, se votate bene. Ed è così che lo ritrae Matteo Renzi: «Conte dice che il reddito di cittadinanza è una misura per i poveri. Ai poveri serve lavoro, sanità, istruzione. Non organizzare un sistema, spesso truffaldino, per garantire il consenso di alcune parti del Paese. Almeno Achille Lauro lo faceva coi suoi soldi, non coi soldi del contribuente».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.