Ancora una volta il mondo dell’archeologia stupisce. Sono molteplici le scoperte che fanno fare grandi passi in avanti e aggiungono nuove nozioni importanti per la storia dell’umanità. Questa volta la scoperta è stata fatta in Inghilterra dove gli archeologi hanno trovato uno scheletro incatenato. Il nuovo ritrovamento è la conferma che la schiavitù era praticata nella Gran Bretagna romana. Secondo gli esperti del Museum of London Archaeology (MOLA), le ossa ritrovate sono di un maschio adulto e le “manette” erano attaccate alle caviglie. I resti sono stati trovati da costruttori che stavano lavorando a un’estensione di una casa a Great Casterton, nella contea centrale inglese di Rutland. Secondo gli archeologi di MOLA questa è la prima volta che uno scheletro del genere ammanettato viene trovato in questi luoghi.

La datazione al radiocarbonio ha rivelato che i resti risalgono tra il 226 e il 427 d.C., secondo il comunicato stampa rilasciato dal museo. La storia insegna che i romani occuparono gran parte della Gran Bretagna tra il 43 a.C. e il 410 d.C. circa. “Sappiamo che l’Impero Romano faceva molto affidamento sul lavoro degli schiavi. La tratta degli schiavi ha sostenuto gran parte dell’impero nel corso della storia. Ed era vero anche per la Britannia romana. Abbiamo molte prove letterarie scritte sul legno, sulle tavolette e sulle sculture in pietra“, ha detto Chris Chinnock, un osteologo umano e specialista delle ossa, al MOLA.Ciò che non abbiamo trovato prima sono i resti fisici di una persona che pensiamo, sospettiamo fortemente, potrebbe essere stato uno schiavo“. Chinnock ha affermato che era impossibile affermare in modo definitivo che l’uomo fosse stato reso schiavo, ma rappresenta l’esempio lampante trovato nel Regno Unito.

Oltre ai ceppi, che sono considerati oggetti associati alla schiavitù dell’Impero Romano, si pensa che l’uomo era uno schiavo anche per il modo nel quale è stato trovato. Era stato sepolto spostato leggermente sul fianco destro e il fianco sinistro e il braccio sono stati ritrovati leggermente più in alto su un pendio, il che suggerisce che fu smaltito in un fossato piuttosto che seppellito in una tomba adeguata. Un esame dettagliato dello scheletro, effettuato dagli archeologi, ha mostrato che l’uomo conduceva una “vita fisicamente impegnativa”. “Uno sperone osseo su una delle ossa della parte superiore della gamba potrebbe essere stato causato da un evento traumatico, forse una caduta o un colpo all’anca, oppure una vita piena di attività fisica eccessiva o ripetitiva. Tuttavia, questa ferita si è rimarginata una volta morto. La causa della sua morte resta ancora sconosciuta“.

Inoltre, l’individuo era stato anche sepolto a soli 60 metri da un cimitero romano, il che è stato “forse uno sforzo consapevole per separarli o distinguerli dalle persone sepolte all’interno del cimitero“, secondo il comunicato stampa. E’ insolito trovare le catene ancora attaccate sui corpi dei sepolti poiché costava molto produrli o acquistarli. “Per i portatori viventi, le catene erano sia una forma di prigionia che un metodo di punizione, una fonte di disagio, dolore e stigma che possono aver lasciato cicatrici anche dopo che erano state rimosse“, ha detto Michael Marshall, specialista dei ritrovamenti al MOLA.Tuttavia, la scoperta di ceppi in una sepoltura suggerisce che potrebbero essere stati usati per esercitare potere sui cadaveri e sui vivi, suggerendo che alcune delle conseguenze simboliche della prigionia e della schiavitù potrebbero estendersi anche oltre la morte“. Al contrario, secondo alcune testimonianze scritte dell’epoca si può leggere che i morti venivano sepolti incatenati per impedire a loro di “di risorgere e influenzare i vivi”.

Laureata in relazioni internazionali e politica globale al The American University of Rome nel 2018 con un master in Sistemi e tecnologie Elettroniche per la sicurezza la difesa e l'intelligence all'Università degli studi di roma "Tor Vergata". Appassionata di politica internazionale e tecnologia