Fa notizia e desta generalizzate reazioni di scandalo una sentenza della Corte di Appello di Torino che ha ribaltato una condanna per violenza sessuale irrogata dal Tribunale, assolvendo l’imputato. Come sempre accade in questi casi, la stampa veicola brandelli di motivazione, alla ricerca di ogni possibile incongruenza logica ed argomentativa. Non conosco la vicenda, non conosco questi giudici (il Collegio è presieduto da una donna), non ho nessuna intenzione di parlare di processi senza cognizione di causa. Quello che mi preme è sollecitare una riflessione più ampia su questa coazione a ripetersi di un corto circuito mediatico che in tema di processi per violenza sessuale segue un copione già scritto ed ormai immodificabile.

La prima riflessione è che in questo Paese la notizia di una assoluzione, in generale, desta allarme. Il fatto che un imputato, dopo essere stato condannato in primo grado, venga invece assolto in appello per quegli stessi fatti ed in base al medesimo materiale probatorio è percepito dai nostri organi di informazione come il segno di una grave anomalia. Gatta ci cova, questo è il riflesso pavloviano dei media. Che non scatta, però, a parti invertite. Se vieni condannato in appello dopo essere stato assolto in primo grado, l’idea è che finalmente la giustizia ha trionfato. Una stortura è stata raddrizzata. Se questo riflesso becero è, come dicevo, generalizzato rispetto ai giudizi penali, esso è decuplicato se il processo ha ad oggetto una accusa di violenza sessuale. Ecco allora che parte il pubblico ludibrio dei giudici che hanno osato assolvere, si scava nella motivazione, la si riduce a brandelli, raccogliendo ogni virgola ed ogni locuzione eventualmente infelice che possa dimostrare immancabilmente come quei giudici hanno assolto non perché l’imputato lo meritasse ma perché prigionieri del peggiore becerume maschilista e misogino.

Naturalmente, questo può ben accadere. Anzi, abbiamo dovuto attendere decenni per vedere progressivamente allontanarsi dall’armamentario argomentativo (di avvocati e giudici) in tema di violenza sessuale quell’odioso becerume: era lei ad essere vestita in modo provocante, dove se ne andava in giro di sera conciata in quel modo, le è piaciuto, e così via delirando. Certo ancora può capitare, ma sempre più raramente per fortuna, di ascoltare avvocati che tromboneggiano simili nefandezze, e giudici che mostrino qui e là di condividerle. Ma questo modo di giudicare gli esiti di un processo da qualche frase estrapolata qui e là, è un costume informativo di intollerabile inciviltà. Ricordate la sentenza dei jeans, della terza sezione della Corte di Cassazione? Si estrapolò una frase incidentale che ragionava, tra mille altri e ben più corposi argomenti, anche su quanto fossero stretti i pantaloni e come potessero essere stati tolti in assenza di un atto costrittivo, per scatenare il linciaggio. La sentenza era molto più strutturata, quello era un dettaglio puramente incidentale di un ragionamento probatorio ben più serio ed articolato.

Quindi oggi, quando leggo di porte del bagno socchiuse e di cerniere lampo di scarsa qualità, dico solo: ecco, ci risiamo. Comprendo bene, intendiamoci, la diffusa e sacrosanta condanna di comportamenti sessuali predatori largamente alimentati da sottoculture misogine ed ottusamente maschiliste ancora ben presenti nella nostra società. Ma nemmeno si può pretendere, come ormai accade sempre più diffusamente, una sorta di statuto speciale della prova per i reati di violenza sessuale. Si è disposti ad accettare il dubbio su un omicidio, ma non su una violenza sessuale. Tema invece, quest’ultimo, delicatissimo quando essa si colloca in quella zona grigia nella quale occorre accertare rigorosamente sia la certezza del “non consenso” al rapporto sessuale, sia -ed è la cosa che più diffusamente si pretende di trascurare- la sicura percezione di quel dissenso da parte di chi avanza l’approccio.

Sono dati cruciali, che il giudice deve ricostruire in via induttiva da ogni possibile dettaglio, cerniere lampo e porte aperte comprese; e se quella ricostruzione pone anche solo in dubbio l’uno o l’altro elemento della condotta, si impone l’assoluzione come per qualunque altro reato, anche il più efferato. Il Giudice deve essere libero da ipoteche ideologiche o da ricatti “culturali”, perché egli è chiamato semplicemente a ricostruire un fatto. Se lo fa male, c’è il rimedio delle impugnazioni, per fortuna. Ma non si può accettare questa intollerabile idea che il giudice sia sospetto di aver fatto male il proprio mestiere solo quando assolve: questa sì, è la notizia che deve allarmarci tutti.

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Presidente Unione CamerePenali Italiane