Non si può leggere lo Statuto dei lavoratori senza saperlo vedere come il segno di un tempo, il tempo di una stagione eccezionale di lotte sociali, il tempo del grande cambiamento, quando tutto è sembrato possibile. I due titoli principali della legge indicano indirettamente, ma precisamente, i suoi attori fondamentali. Essi riguardano infatti l’uno i lavoratori, la dignità dei lavoratori in fabbrica; l’altro, il sindacato, la libertà e l’attività sindacale. La rottura, la grande innovazione non poteva essere che radicale. La dettava la natura del conflitto sociale aperto nelle fabbriche e nella società. Ci sono grandi conquiste che, quando si realizzano, non si riescono a cogliere in tutta la loro portata, perché è il movimento che li ha generati a restare al centro dell’attenzione sociale e perché esso è carico di futuro, dell’attesa di sempre più importanti cambiamenti che dovranno intervenire.

Del resto, gli anni Settanta che seguiranno saranno quelli delle riforme che faranno parlare del “caso italiano”. Si realizza in quel 1970, la proposta che Giuseppe Di Vittorio aveva lanciato ben 18 anni prima, al Congresso della Cgil del 1952, con le parole d’ordine: portare la Costituzione nella fabbrica. Perché nella tanto vantata ricostruzione, essa si fermava davanti ai suoi cancelli. Hic sunt leones. La fabbrica era il regno del padrone e nella più grande fabbrica del Paese, i lavoratori venivano schedati, come afferma non un sindacalista discriminato, ma una solenne sentenza della magistratura italiana. I lavoratori combattivi venivano spesso licenziati per rappresaglie. Leggere, per farsene un’idea, Gli anni duri alla Fiat di Emilio Pugno e Sergio Garavini. La repressione delle attività sindacali era diffusa e sistematica.

Ne fanno fede, oltre alle Commissioni parlamentari d’inchiesta, le parole di Pietro Nenni: «L’intimidazione, il ricatto, la rappresaglia sono armi quotidiane, gli operai sono spiati», e sempre alla Fiat – sostiene Nenni – i lavoratori «sono posti davanti all’alternativa di votare come vuole l’azienda o di perdere il posto di lavoro». La situazione di fabbrica è drammatica e documentata. Solo la grande stampa la copre col proprio colpevole silenzio. Complice a tal punto che La Stampa di Torino è per gli operai “la busiarda”.

Per quasi un ventennio, si oppongono resistenze importanti e duri conflitti sociali, ma il quadro resta segnato da uno strapotere padronale, tanto che ancora nei giorni che precedono l’approvazione dello Statuto, il ministro del Lavoro, Carlo Donat-Cattin, denuncerà «i massici licenziamenti di carattere politico-sindacale» a cui il padronato ricorre. A testimoniarne il peso, ricordo che la più grande esplosione di gioia operaia che ho conosciuto è stata quella in una gigantesca assemblea nella quale venne annunciato, nell’autunno caldo, il ritiro da parte della Fiat dei licenziamenti antisindacali prima annunciati. Lo sciopero aveva vinto. È il sottotitolo dell’Avanti che annuncia l’approvazione dello Statuto a dare il senso compiuto del passaggio storico: “La Costituzione entra in fabbrica”.

Perché proprio nel 1970? E perché sono dovuti passare 18 anni dalla proposta di Di Vittorio? La mia risposta è perché quella riforma, più di ogni altra, era ed è direttamente legata ai rapporti di forza sociali. Se si cerca il padre dello Statuto, prima di qualsiasi forza politica o di leader politico, lo si trova nel Biennio rosso ’68-’69. Prima c’era stata la lunga e difficile semina, durata anni e anni. C’erano state la resistenza operaia, l’apertura di un campo di ricerca sui nuovi terreni dello scontro, la sperimentazione, la sconfitta, i successi parziali, le battute d’arresto. Solo quando esplode la contestazione di massa studentesca e operaia matura, infine, la svolta. Il contratto dei metalmeccanici, costruito nell’autunno caldo, si firma nel gennaio del 1970. A maggio, il Parlamento vota lo Statuto.

Per la breccia aperta del contratto dei metalmeccanici passa la legge per tutti. Una lunga diatriba sindacale sul primato tra contratto e legge viene superata a piè pari; tra contratto e legge si è messa in atto una sinergia che restituisce libertà, dignità e potere ai protagonisti sociali primi e lavoratori. Il sindacato entra in fabbrica con i delegati eletti direttamente da i lavoratori, con le assemblee, con i consigli e vive così la sfida per una nuova cittadinanza sociale, attraverso il controllo operaio sulla salute, sulla prestazione lavorativa, sull’organizzazione del lavoro, sul processo produttivo. Anche in fabbrica, finalmente, la domanda principe “chi domanda qui?” si fa pregnante attualità. Il sindacato dei Consigli diventa un soggetto politico.

Per questo, si può dire che è il Movimento del ’68-’69 a essere il padre dello Statuto. Ne ha fatto maturare le condizioni, l’egemonia di quel movimento sulla società, la formazione di un senso comune nel cambiamento necessario. Ne sono state investite diversamente, ma tutte, in termini decisivi, le forza politiche popolari: comunisti, socialisti, democratici-cristiani. I ministri del Lavoro del tempo, Giacomo Brodolini e Carlo Donat-Cattin, vi si sono impegnati a fondo. Una nuova scuola di giuslavoristi, da Gino Giugni a Gianni Ferrara, si afferma e guadagna una fase del tutto nuova del diritto del lavoro in Italia. Solo il compromesso sull’Art. 18, che impedisce il licenziamento senza giusta causa, senza giustificato motivo e che garantisce il reintegro nel posto di lavoro, ma fissa la soglia della sua applicazione alle aziende sopra i 15 dipendenti, divide le forze della sinistra tra consenso e astensione sulla legge.

Ma un cammino lungo quasi un ventennio si conclude in ogni caso con la vittoria delle forze del cambiamento. Si ha davanti una stagione straordinaria del conflitto sociale, animata da un nuovo protagonista: lo studente di massa e l’operaio comune di serie. Ma una cosa quel tempo non sapeva: anche le conquiste sociali più rilevanti sono reversibili. Così oggi ci tocca ricordare, a cinquant’anni di distanza, prima l’affermazione e poi lo svuotamento dello Statuto in un rovesciamento della collocazione del lavoro nella società. Si potrebbe parlare di una rivincita di classe, operata all’interno di una gigantesca rivoluzione restauratrice. Il contratto di lavoro si assottiglia, una moltitudine di lavoratori ne sono crescentemente esclusi, le nuove leggi si mangiano pezzo a pezzo lo Statuto, mentre accompagnano la ristrutturazione del mercato del lavoro, fino a farne una fiera della precarietà, delle mille forme di lavoro precario, intermittente, in nero, non riconosciuto. Su questa cattiva cultura si è formata una nuova classe dirigente, un nuovo ceto politico.

Di nuovo siamo di fronte a un rovesciamento rispetto al tempo dello Statuto. Ieri, Carlo Donat-Cattin, a un dirigente confindustriale che lo richiamava al suo ruolo neutrale di ministro del Lavoro, rispondeva che «no, lui era il ministro dei lavoratori». Gli sono succeduti, nell’ultimo quarto di secolo, ministri e governi che, invece dei lavoratori, lo sono stati dell’impresa e del mercato. Non è neppure ora, però, il tempo della resa; la desertificazione del conflitto, malgrado tutto, non è avvenuta.

Di Giuseppe Di Vittorio si ricorda sempre la grande popolarità e la prorompente umanità, meno la sua genialità politico-sindacale, la capacità di intravedere, anche in un presente terribilmente difficile, un futuro radicalmente diverso da quel presente e di confidare nell’affermazione di un nuovo soggetto del cambiamento che possa rinascere dentro un mondo del lavoro pur sempre diverso. Può chiamarsi il tempo della semina. Se non vuole essere inerte, questa è ancora la consegna a cinquant’anni dallo Statuto dei diritti dei lavoratori.