Ogni volta che il Parlamento mette mano alla legge sulla caccia, la scena si ripete identica a sé stessa. Le sigle ambientaliste denunciano la “controriforma” e lo “sparatutto”, le associazioni venatorie parlano di mistificazioni, i tecnici si dividono in due fronti che si scambiano direttive europee e perizie come fossero proiettili. Lo si è visto attorno al ddl di riforma della 157/92 votato in Senato il 23 giugno. È un copione collaudato da trent’anni e ha un unico difetto: la sceneggiatura tecnica nasconde quasi sempre il vero copione. Perché la grande maggioranza di chi si oppone alla caccia non lo fa per ragioni tecniche, ma per ragioni etiche. La copertura tecnica serve a rendere presentabile in sede legislativa una posizione che è ideologica alla radice, e che come tale meriterebbe di essere discussa apertamente. Una volta discussa apertamente, però, mostra una crepa che ne mina la solidità.

La crepa è semplice. Finché in Italia, e in tutto l’Occidente, è perfettamente lecito uccidere un maiale per ricavarne salsicce, prosciutti e cotechini, non esiste un fondamento di principio per vietare a un cacciatore di abbattere un cinghiale per farne il ragù. Né l’una né l’altra attività è indispensabile alla sopravvivenza umana: si vive benissimo anche senza carne, e nessuno è obbligato a mangiarla. Eppure le società che hanno scelto democraticamente di mantenere lecito il consumo di carne animale mantengono al tempo stesso un’industria zootecnica che ogni anno macella centinaia di milioni di capi. Se questa scelta è eticamente accettabile, allora lo è a maggior ragione la caccia, che produce numeri irrisori al confronto e che riguarda animali vissuti in libertà fino al momento dell’abbattimento.

Chi sostiene il contrario deve riuscire a indicare una differenza di principio, non di processo, fra il maiale dell’allevamento e il cinghiale del bosco. Esistono naturalmente differenze enormi sul piano dei processi – macellazione industriale tracciata da una parte, abbattimento individuale in ambiente aperto dall’altra – e proprio per questo i due ambiti sono regolati in modo diverso. Ma sul piano del principio etico sottostante, cioè la liceità di uccidere un animale senziente per finalità alimentari non essenziali, le due attività sono identiche. E non vale obiettare che il cacciatore caccia per piacere, tradizione o sport, perché anche chi compra il salame al supermercato non lo fa per necessità ma per gusto, per abitudine, per piacere della tavola.

L’unico interlocutore intellettualmente coerente, in questa discussione, è il vegano per principio: chi rifiuta in modo simmetrico sia la macellazione industriale sia la caccia, sia il salame sia il ragù di cinghiale. È una posizione minoritaria ma solidissima, e va rispettata. Tutti gli altri – cioè la maggioranza degli oppositori della caccia – si trovano nella condizione paradossale di chi pretende di tracciare una linea morale fra due atti che non differiscono nel principio, e si rifugiano nei tecnicismi perché il principio non li sostiene.

Da qui la conseguenza che dovrebbe entrare nel dibattito legislativo. Le obiezioni etiche di chi mangia carne e si oppone alla caccia per ragioni di principio non sono argomenti, sono incoerenze. E le incoerenze, in una discussione parlamentare seria, non dovrebbero pesare. Devono pesare solo le obiezioni tecniche reali: la sicurezza dei cacciatori e dei terzi che frequentano gli stessi territori, la sostenibilità ecologica del prelievo venatorio, la conformità del nostro ordinamento alle direttive europee in materia di biodiversità, la gestione razionale delle specie problematiche, dal cinghiale alle specie invasive. Su questi terreni si può e si deve discutere senza pregiudizio, accettando le critiche fondate e respingendo le altre. Sul terreno del principio etico, invece, c’è poco da discutere: chi accetta il banco macelleria del supermercato deve accettare anche la fucilata nel bosco. Altrimenti si chiama incoerenza, non etica.