L’eterna lotta tra il bene e il male, la catena perpetua di azioni terribili e reazioni uguali e contrarie, la storia infinita di Caino e Abele hanno trovato nel Paese più povero, disgraziato e spietato del continente nero la rappresentazione più attuale. Nel Corno d’Africa dove nel secolo scorso l’Italia aveva trovato un posto al sole, della culla del diritto, di Cesare Beccaria, della moratoria italiana e universale della pena di morte, non è giunta la minima eco.

Il quinto comandamento, “non uccidere”, radicalmente nonviolento e illimitato finanche dalla legittima difesa, non è mai stato insegnato dai coloni che con la croce hanno portato anche la forca. Neanche la “legge del taglione”, concepita per pareggiare delitto e castigo, non ha conosciuto limite e moderazione. La pratica è andata oltre una vita per una vita, un occhio per un occhio, un dente per un dente, una mano per una mano, un piede per un piede. La Somalia è il Paese più assistito, protetto e armato dalla comunità internazionale, ma è quello più abbandonato da Dio e dagli uomini, più insicuro e violento dell’Africa. È il teatro dell’assurdo ciclo della vendetta del bene contro il male, dove il bene e il male non si distinguono, si confondono, gli attori in scena si specchiano gli uni nella violenza degli altri.

Da una parte ci sono i “cattivi”, gli Al-Shabaab, dall’altra ci sono i “buoni”, i militari somali che li combattono. Le parti sono inconciliabili. Solo la morte le concilia. Il delirio della “morte agli infedeli” dei terroristi islamici è omologato dal ricorso alla pena di morte degli anti-terroristi somali. In una settimana, a Mogadiscio, sono stati violati tutti i comandamenti, sono state infrante tutte le leggi. Il “non uccidere” scolpito su tavole di pietra è stato cancellato dal cuore degli uomini. L’occhio e il cuore non hanno avuto compassione: vite, occhi, denti, mani, piedi sono stati presi, cavati, amputati. Il 26 ottobre, due uomini – Aden Mohamed Ali Mohamud e Mohamed Ali Mohamed Farah – che avevano fatto strage di civili e funzionari governativi sono finiti davanti a un plotone di esecuzione presso l’Accademia di polizia Generale Kahiye a Mogadiscio.

La rappresaglia degli Al-Shabaab non si è fatta attendere. Il 29 ottobre, due autobombe sono esplose davanti al Ministero dell’Istruzione. Almeno 120 persone sono state massacrate, altre 300 sono rimaste ferite. La prima esplosione ha colpito un mercato affollato vicino a uno degli incroci più trafficati della capitale. La seconda è scoppiata pochi minuti dopo, quando sono arrivate le ambulanze e molte persone si erano radunate per aiutare le vittime. Il gruppo islamista ha rivendicato la strage davanti al Ministero dell’Istruzione, “centro operativo di una guerra delle menti che insegna ai bambini somali a usare programmi di ispirazione cristiana”. Nel giro di tre giorni, in un trasversale regolamento dei conti, il tribunale militare ha fatto fucilare sei miliziani responsabili di orribili attentati compiuti anche in altri tempi e in tutt’altri luoghi. Di solito, i tribunali militari danno spazio e tempo per fare appelli. In questo caso hanno fatto molto in fretta, tanta era la sete di vendetta per la strage degli innocenti consumata al mercato il giorno prima. Hassan Ali Moallim Barre, Nur Ibrahim Mahad-Alle e Isaak Keerow Adan sono stati legati stretti come salami a dei pali conficcati nella sabbia, e fucilati. Il giorno dopo, Jirau Abdullahi Ali, è stato giustiziato sulla pubblica piazza a Galkayo, lontano dalla capitale.

Ieri, alle prime luci dell’alba, altri due agenti Al-Shabaab sono stati messi al palo a Mogadiscio. Il numero di fucilati dal tribunale militare solo nelle ultime due settimane è salito a 10. “Il governo è deciso a ripagare i militanti di Al-Shabaab nella propria valuta di violenza”, è stato comunicato. Occhio per occhio, alla fine, la Somalia è diventata un Paese accecato dall’odio, paralizzato dalla paura, desertificato dalla violenza. Una terra dove abita solo Caino che come un Giano bifronte mostra da un lato la faccia feroce di Al-Shabaab e dall’altro il volto spietato dello Stato. I mezzi prefigurano sempre i fini. Non può esistere un “mondo buono” nel quale si risponde al male arrecando altro male, si costruisce la pace facendo la guerra, si edifica il “paradiso” pensando l’inferno. In Somalia, la vita di Abele, anche se fedele ad Allah, finisce nel “cimitero degli infedeli”. Quella di Caino, seguace dell’Islam e della Sharia, non genera figli costruttori di città.

Eppure esiste nella religione di Maometto un sentiero spirituale come quello dei Sufi votati a una fede priva di eccessi e a un insegnamento fondato sull’amore e la tolleranza. In un racconto Sufi, un maestro spiegò al discepolo cos’è la nonviolenza e cos’è il perdono ponendo un sasso al centro della discussione. Il violento lo userebbe come arma per fare del male, il nonviolento ne farebbe un mattone su cui edificare una cattedrale. Con il perdono l’uomo sceglie di trasformare i sassi della vita in amore. In ogni caso, afferma il maestro, la differenza non la fa il sasso, ma l’uomo.