«Mio figlio ha sbagliato e deve pagare, ma curatelo. Non può morire così giovane, ha 44 anni. Può essere salvato». La signora Margherita è una donna esile. Ieri mattina ha deciso di incatenarsi all’ingresso del carcere di Poggioreale dove suo figlio Antonio Avitabile è recluso per rapina. Ha deciso di farlo per portare l’attenzione sulle condizioni di suo figlio. «Tossisce sangue – racconta la donna, parlando con le mani che stringono la catena come se fosse l’unico appiglio rimasto in questi giorni di grande apprensione e timore per il figlio rinchiuso in cella – Tossisce sangue tutti i giorni, non posso permettere che peggiori senza fare nulla. Le mamme per i figli fanno tutto e lo farò anche io», dice spiegando il motivo del suo clamoroso gesto.

È mattino presto quando Margherita inscena la sua protesta. Si dice pronta a rimanere incatenata davanti al carcere tutto il tempo necessario. Alla fine non servirà. Il direttore del carcere Carlo Berdini e il direttore sanitario Vincenzo Irollo, insieme col garante regionale per i detenuti Samuele Ciambriello, decidono di incontrarla rassicurandola sulle cure che riceverà suo figlio in carcere. Si valuta anche l’ipotesi di ricoverare subito Avitabile nel padiglione San Paolo, nel reparto di assistenza intensiva del penitenziario cittadino. Margherita tira un sospiro di sollievo: «Chiedo solo che mio figlio sia curato in modo da non peggiorare. Nell’ultimi mesi l’ho visto molto dimagrito, ha perso 25 chili, ha difficoltà a parlare e respirare – racconta la donna – È vero che in passato ha sbagliato – aggiunge – Sei anni fa fu portato all’ospedale San Giovanni Bosco e fuggì, poi fu ripreso. Ha sbagliato e per questo sta pagando ma non può morire».

«Temiano che Antonio abbia un tumore – spiega l’avvocato Michele Riggi, suo difensore – Già nel 2014 gli erano state riscontrate delle neoplasie alla laringe e oggi la situazione potrebbe essere molto peggiorata. Se quest’uomo ha un tumore, c’è il rischio che la malattia progredisca con il passare dei giorni fino a diventare inarrestabile e non più curabile. Chiediamo quindi che sia tutelato il diritto alla salute più volte declamato dall’ordinamento costituzionale, dall’Europa, dall’ordinamento penitenziario, dal famoso articolo 11 di cui tanto si parla, la Carta per i diritti sanitari dei detenuti», dice l’avvocato Riggi che a proposito della Carta dei diritti per i detenuti chiede l’intervento del ministro.

Il penalista propone un’interrogazione a risposta orale da presentare al ministro della Giustizia Bonafede per segnalargli «le difficoltà incontrare nel reperire il testo della Carta dei servizi sanitari per i detenuti in vigore per la casa circondariale di Napoli Poggioreale. Carta che, allo stato attuale, risulta sconosciuta e ciò, del resto, è stato confermato di recente dal garante dei detenuti della Campania». Riggi pone l’accento sullo stato di salute del suo assistito detenuto e sulla «inconsapevolezza dei mezzi e delle modalità che gli consentirebbero di accedere ad accertamenti ed esami diagnostici approfonditi, tali da far emergere l’entità del suo male». La richiesta dell’avvocato, oltre che di assistenza sanitaria per il detenuto, è dunque finalizzata a rendere i detenuti consapevoli dei loro diritti.